La vita e la morte, tra ieri ed oggi.

Il tema della morte non è di certo nuovo per gli esseri umani, almeno dal periodo in cui i Neanderthal iniziarono a seppellire in tombe gli individui deceduti. Il tema non è nuovo nemmeno nel mondo animale, gli scimpanzé, ad esempio, preparano per la morte i loro simili (leggi qui).

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Ciò che è radicalmente mutato è il modo degli umani di raffrontarsi a questa particolare fase della vita umana.

Ricordo che quando ero alle superiori non riuscivo a riflettere sul perché la morte dovesse dare, in qualche modo, senso alla vita (era uscita questa riflessione in classe). In sostanza mi inventavo delle complesse astrazioni per cercare di razionalizzare il tutto ad esempio credendo che, la morte, avrebbe in qualche modo spinto gli individui a vivere una vita più  piena  essendo quest’ultima limitata e finita. La risposta a questa domanda era molto più semplice ma paradigmatico è il fatto che io non riuscissi a dare una risposta.  La morte dovrebbe dare senso alla vita poiché, per un determinato pensiero, è la vita stessa a non contare nulla.

Secondo il pensiero tradizionale infatti, la vita sarebbe solo una fase delle nostre esistenze, la fase peggiore. La religione interpreta la morte per mezzo di riti di passaggio come ponte dimensionale tra questa e l’altra vita, quella eterna. Io, invece, interpretavo la vita alla maniera  dei moderni, su questo torneremo dopo. In passato, nel Medioevo soprattutto ma, in generale, in tutto il periodo precedente all’umanesimo, la vita contava veramente molto poco. Un esempio ci viene  in soccorso dal movimento dei “flagellanti” che era sorto come risposta alla peste nera nel ‘300. Costoro erano individui che per loro volontà si recavano ferite nel corpo per mezzo di un flagello per espiare i mali dell’umanità affinché venisse allentata l’ira di Dio responsabile del malanno mortale. Essi non avevano alcuna considerazione per il loro corpo, oggi nessuno penserebbe di comportarsi in tale modo, andrebbe contro ogni etica medica ippocratea per cui il medico si deve in ogni modo astenere da arrecare ancor più  danno al paziente.

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In generale la realtà contingente, e dunque anche la vita, non erano di interesse durante il Medioevo. Colui che per primo rivalutò il mondo naturale fu San Francesco con il “Cantico delle creature“. Prima di ciò tutto il mondo naturale era  visto come malefico e popolato da creature maligne che si celavano nei boschi e nell’oscurità. L’uomo era doppio ostaggio del proprio corpo e del Secolo.

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Possiamo affrontare questo tema a partire da una pratica attualissima e, per lo più, nata in epoca moderna, il “terrorismo“. Il primo esempio di questo genere ci giunge dalla Palestina in epoca Romana in cui degli individui si nascondevano tra la folla per assassinare gli invasori con pratiche poco ortodosse per  mezzo di un pugnale corto, la “sica”, per tale motivo venivano chiamati “sicari“. La storia è piena di queste vicende ma, prima della Riv. Francese – da  cui deriva il termine “terrorismo” dal “terrore Giacobino”-, v’era una enorme differenza, i “sicari” uccidevano specifici individui importanti come re, sultani e altri governanti.

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Solo in epoca moderna con la formazione dello Stato nazionale che questa pratica si evolve in quella forma così fatalmente  nota. La nostra  formazione politica si fonda infatti sull’etica hobbesiana per cui il primo e vero compito fondamentale dello Stato è quello di difendere e proteggere la vita dei cittadini. Tutto ciò è dettato dalle conseguenze dell’umanesimo in cui l’individuo è stato posto, dal pensiero rinascimentale, al centro della mondo e, fino alla rivoluzione copernicana. In ogni caso, rispetto ai secoli bui, si è avuta una rivendicazione del significato della vita e della sua importanza. Con ulteriori evoluzioni del pensiero, il corpo è stato indentificato come la prima vera proprietà dell’uomo, ben più importante  del terreno o della casa. Con la stagione dei diritti individuali, queste concezioni si sono sedimentate nel diritto moderno in contrasto con quello canonico.

Il diritto dell’Habeas corpus ne è l’esempio lampante. Ogni uomo ha il diritto di non essere rinchiuso in carcere e, dunque, di disporre della propria liberta e del proprio corpo in tutte le sue funzioni finchè un giudice non disponga il contrario. Tale idea si pone diametralmente in contrasto con l’idea canonica per  cui noi apparteniamo in tutto e  per tutto a Dio il quale è l’unico e vero proprietario di noi stessi. Successivamente nell’ultimo periodo, verso la fine del ‘900, si è avuta una vera e propria santificazione dei nostri corpi, le palestre si sono moltiplicate assieme ai body-builder e al culto delle forme, tutto questo grazie alle nuove disponibilità economiche e alla sconfitta sostanziale della penuria alimentare assieme alla nascita della società dell’opulenza. Paradossalmente l’obesità si distribuisce maggiormente tra i più poveri mentre i ricchi passano il loro tempo tra diete detox, cardio e sala pesi ma, questo, è un altro discorso.

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 Mr. Eugene Sandow, il primo culturista famoso della storia. 

Ritornando a noi, il fenomeno del terrorismo si innesta proprio in questa scia di beatificazione della vita umana come comportamento anti-sociale per eccellenza, assieme al suicidio. Nessuno oggi infatti è più capace di contemplare la morte come dimensione naturale dell’esistenza umana, questo aspetto è ben descritto nel pensiero di Harari il quale mostra come ad ogni morte, che non sia per vecchiaia, viene prontamente associato il fallimento delle istituzioni poiché “si poteva fare di più per evitarlo“. Anche i disastri naturali ormai fanno parte  di questa narrazione. Il terrorismo dunque mira a ledere le basi stesse dello Stato moderno portando al fallimento, agli occhi della gente, delle sue istituzioni.

La morte oggi è diventata dunque la negazione della vita, un atto privo di senso imposto che ci viene imposto dai nostri geni. L’economia stessa si fonda sulla pace e sulla vita nel senso che per funzionare e per generare profitto il capitalismo non ha bisogno della guerra  in se per se. La ricostruzione è servita, dopo la II W..W, non tanto per incrementare l’economia ma bensì per preparare il terreno a ciò che sarebbe venuto dopo. Il miracolo economico è avvenuto in tempo di pace, non di guerra. L’uomo  ha  scoperto che lo sfruttamento sistematico era molto più  conveniente che la distruzione senza ragione. I campi di sterminio nazisti non uccidevano istantaneamente gli individui, almeno quelli in salute, bensì essi venivano sfruttati sino alla morte contribuendo allo sforzo industriale del Terzo reich – e non di poco!-. 

Se analizziamo i dati, appare paradigmatico come la paura della morte sia ormai profondamente radicata nella nostra società a tal punto che i 238 decessi per terrorismo nel 2016 in Occidente sono bastati perché le testate giornalistiche potessero parlare di “fallimento delle istituzioni“. Ma, giusto per contestualizzare, in Italia ogni anno muoiono per obesità e i problemi concausati ben 57 000 persone, nel mondo sono più di 4 000 000 i morti annui mentre il terrorismo genera circa 24 000 decessi dei quali ben il 99,3% è avvenuto lontano da noi, nel terzo mondo. (Leggi qui, e qui).

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Un aspetto positivo di questo processo è il fatto che effettivamente il numero dei morti per le guerre e per cause violente sono in nettissima diminuzione con l’avvento di un sistema mondiale industriale sempre più pacifico e remissivo nei confronti degli atti bellici. Tutto questo però ha un prezzo, l’industrializzazione del mondo ha generato, ad esempio, indici di inquinamento sempre più massici. I numeri delle morti per tale causa sono esorbitanti, circa 15 volte  di più di tutte le forme di violenza messe assieme in un anno.