La politica non è filosofia!

Spesso l’insoddisfazione delle persone nei confronti dei loro governanti deriva da una incomprensione di fondo. Oggi vedremo di cosa si tratta e di come le cose potrebbero essere “migliorate”.

Oggi si tende a paragonare la politica alla filosofia come se essa fosse per l’appunto una sorta di “filosofia applicata“. Allo stesso modo molti confondo l’etica con la morale pensando che una persona etica sia anche morale e viceversa. In realtà non è proprio così, il fenomeno della “dissonanza cognitiva” ne è un chiaro esempio. Il termine identifica quello stato psicologico per cui l’individuo si trova di fronte ad un conflitto tra le regole sociali da perseguire e ciò che gli suggerisce la coscienza.

La politica dunque dovrebbe essere rappresentante dell’agire etico non di quello morale. Il buon governante dovrebbe fare ciò che è giusto per gli interessi dei suoi sostenitori che, rappresentano di per se stessi un sub-universo sociale, non ciò che è giusto di per sè. Siccome la morale è infatti per sua stessa natura un insieme di valori non imponibile ma bensì frutto della libera coscienza individuale così dire che il politico agisce moralmente sarebbe, oltre che una contraddizione, un passaggio di competenze verso la sfera dell’etica che identifica, come detto, l’insieme delle relazioni e dei valori sociali e socialmente imposti. Inoltre, siccome la morale appartiene alle singole volontà, nessun cittadino potrebbe, da parte sua, sostenere che tale individuo stia agendo moralmente poiché tale atteggiamento non potrebbe mai coincidere perfettamente con la Sua idea di morale. “Io agisco moralmente” può essere solo un’affermazione fine a se stessa poiché, ripeto, esistono tante morali quanti sono gli individui su questa terra, ognuno con la propria coscienza e visione delle cose.

Tornando ai fatti concreti,  questo “malinteso”, provoca in primo luogo e per la maggiore, un diffuso senso di insoddisfazione verso coloro che partecipano all’agone politico per mezzo del loro voto. Essi infatti finiscono con il credere che i  loro governanti debbano fare esattamente ciò che loro stessi pensano. La maggior parte degli elettori ritiene infatti che vi sia una unica ed universale idea di morale quando invece quest’ultima è un concetto particolare subordinato alla coscienza di ciascuno di essi. Perciò ognuno di loro finirà per richiedere all’eletto di seguire la propria, singola, distinta e personale idea di ciò che è bene e giusto confondendola con un qualcosa di universale. Il paradosso di tutto cioè è che proprio coloro che invocano la Dea morale finiscono per comportarsi a-moralmente volendo imporre quest’ultima.

Proprio oggi che le questioni moraleggianti sono tornate in auge nel dibatto politico, la politica appare essere  lo spettro di quello che era. Che paradosso! ma, forse, ad un occhio più attento ciò non sarebbe tale. Se consideriamo infatti la morale come qualcosa di universalmente giusto finiamo per pensarla un po’ come Kant il quale affermava che una volta che l’uomo fosse uscito dallo “stato di minorità” lo Stato si sarebbe disgregato poiché ormai inutile. Le regole non servono se nessuno le viola. Oggi spesso le persone dicono che “tanto non serve che io agisca poiché siamo governati  da individui meschini e senza morale, nulla  cambierebbe affatto con il mio intervento“. Il problema è che la politica, come detto non equivale alla filosofia. Mi spiegherò meglio, se vogliamo che essa ci rappresenti, noi stessi dobbiamo contribuire a forgiarla e plasmarne i suoi orientamenti. Non basta scegliere l’individuo che più ci sembra “giusto” poiché egli alla fine finirà per deluderci e non perché è una persona cattiva ma perché lui come noi sta solamente seguendo la propria coscienza a meno che noi non ci rendiamo disponibili a “collaborale” alla definizione della via da percorrere.

Proprio quando ne avremmo più bisogno i sindacati stanno sparendo, la partecipazione è ai minimi storici. Diamo la colpa alla “decadenza del secolo” ma non facciamo nulla per cambiarla. La nostra è la morale della “non azione”, critichiamo senza muovere un dito per migliorarci e migliorare la società. La politica si dovrebbe intendere alla maniera in cui viene spiegata all’università: nulla di più che un aggregatore di interessi particolari. Se vogliamo che il nostro interesse venga rappresentato dobbiamo farci valere e per farci valere dobbiamo, in qualche modo, partecipare in prima persona all’agone politico ad esempio seguendo i comizi e protestando laddove la linea politica del partito devia verso altri “lidi”.

In effetti, tutti coloro che hanno sostenuto in passato che la morale fosse unica e che tale sarebbe stato l’abito d’azione della politica (Platone,  Kant, Marx etc. ) hanno finito con il suggerire che i pochi governassero sui tanti. Infondo, giacchè noi siamo diversi e la morale è unica, non tutti nasceranno somiglianti e conformi alle esigenze di quest’ultima anzi di colui che l’ha veramente imposta – poiché ripeto non esiste una Morale in particolare-. Non è un caso che le più grandi dittature venivano sostenute da un complesso sistema di propaganda, l’aspetto filosofico è stato da sempre un attore di primissimo rilievo in questi regimi.

Perciò, in conclusione, diffidate dai toni dei giustizialisti e accogliete a piene braccia coloro che apertamente vi parlano di interesse. Nel secondo caso voi conterete come Uno ma, ciò è sempre meglio di non contare affatto!