Così va il mondo…

ATTENZIONE

QUANTO SCRITTO IN SEGUITO E’ FRUTTO DELLE MIE PERSONALI RIFLESSIONI DUNQUE NON PRENDETELO TROPPO SUL SERIO


Per secoli avremmo potuto definire lo status-quo con la massima  latina, successivamente cristianizzata, “nulla salus extra Ecclesiam“. Non v’era e non ci doveva essere alcuna salute in questo mondo e  salvezza nell’altro oltre le mura della Chiesa di Roma. Al sistema sociale interessava mantenere intatte quelle condizioni fondamentali grazie alle quali nulla sarebbe cambiato nel corso dei secoli, in primo luogo il sistema economico familiare-patrimoniale. 

La storia dei secoli successivi all’anno Mille si può, brevemente riassumere, in questo modo: la frase si è lentamente trasformata in “nulla salus extra ecclesiam“. Con la nascita dello Stato nazionale, l’istituzione della libertà di culto e il progressivo superamento dell’economia familiare verso quella industriale sorse quasi immediatamente spontaneo domandarsi quale comunità tra le tante, quale  “ecclesiae”-con la e minuscola?. 

Gli esseri umani infatti si sono evoluti all’interno di comunità di un centinaio di individui al massimo, antropologicamente l’uomo è programmato per vivere assieme ad un ristretto gruppo di suoi simili di cui si può fidare e con cui le relazioni non si basano su schemi di ordine sociale ma bensì su principio fiduciario. Il tema della “fides” ha sempre ricoperto un ruolo di massima importanza in ogni civiltà, il rispetto dei patti era uno dei valori cardine del “mos maiorum” (costume degli antenati) e del tema della “pietas” – che non dev’essere confuso con l’accezione moderna di uomo pio come benevolo e misericordioso bensì esso identificava l’uomo rispettoso e fiducioso nelle volontà degli idee e premuroso nei confronti della famiglia-. Nel società cristiana questo tema si è evoluto nella “fede in dio” la quale rappresenta il principio dogmatico per eccellenza capace di distinguere i puri dagli impuri, i salvi dai dannati e così via. 

Poter indentificarsi all’interno di un singola e specifica “Ecclesia” e riuscire, in pochissimo tempo, a definire gli amici dai nemici sulla base di pochi e specifici precetti dava sicurezza agli individui. 

Oggi non è più così, lo status-quo si è allineato ad una visione evoluzionistica della società per cui la tranquillità di una vita monotona ma sicura è divenuta l’eccezione da evitare  con disperato disprezzo. 


Tutto ciò ha avuto inizio con la fede nella ragione prima che nel progresso.


La ragione ci obbliga ad una eterna, spesso fruttuosa ma anche infruttuosa, messa in discussione della realtà  che ci circonda partendo dall’assunto fondamentale che non saremo mai in grado di comprenderla completamente. Ciò provoca, come minimo, insicurezza difronte a fenomeni che ora ci appaiono forse più oscuri e paurosi di quanto lo erano prima. La  morte, le malattie e il destino sono diventati quasi indecifrabili all’occhio dell’individuo comune che della prima sa solo la sua ineluttabilità  – senza alcuna assicurazione per il futuro in un al di là sempre più lontano-, delle seconde che esse esistono, sono tante, spesso pericolose e mortali e che non basta più affidarsi a un “Dio” presunto per curarsi ed infine, del terzo, che semplicemente esso non esiste affatto. Il tema del “Destino” ha, in effetti, subito una radicale trasmutazione passando dal campo semantico dei termine positivi a quello dei termini ad accezione più negativa essendo che, nell’oggi presente, alcun tipo di atteggiamento coercitivo si potrà mai sposare con il tema della libertà individuale

Ci sono molti altri fattori che hanno prodotto il costante e sentito sentimento di insicurezza che affolla i pensieri di sempre più persone ma oggi ci concentreremo su un altro tema. Vorrei introdurre il concetto di “psicologia socialecon la premessa di non prendermi veramente sul serio poiché, non essendo psicologo, potrei affermare cose sbagliate ma vorrei comunque rifletteste su quanto dirò. In breve, dunque, la psicologia sociale è quella branca della psicologia che affronta le conseguenze psicologiche delle trasformazioni sociali: come la  società può influenzare la  nostra  mente creando disturbi, le nevrosi


Con l’evoluzione del sistema sociale verso l’economia industriale moderna è nato e si è sviluppato il mito del progresso. Oggi spesso, in ambito  sociologico, si parla di società della prestazione identificando un particolare modello, quello contemporaneo, per cui gli individui si mostrano in competizione l’uno con l’altro per accaparrarsi, lasciatemi il termine, la fetta più grande della torta. Ma ciò non è tutto, bisogna anche prendere alla lettera il significato della definizione precedente: alle persone si richiede oggi di offrire una vera e propria “prestazione” alla società come nell’ambito lavorativo. L’individuo viene messo da parte in favore della macchina che è in lui. Tutto ciò che conta è il risultato, possiamo costruire l’opera più raffinata ma se questa non incontra i gusti della massa, se essa non vende, allora poco conterà la sua manifattura poiché, non essendo in grado di generare profitto, essa sarà considerata inutile

Lasciando da parte molti dettagli, possiamo riassumere la società della prestazione, il capitalismo, il progresso, le aspettative crescenti, l’evoluzionismo sociale per mezzo dell’attributo “incrementale“, tutto ciò che è fisso, stabile e immutabile viene rigettato. In particolare questo  pensiero si sviluppa a partire dal concetto, delineato da Max Weber, di “etica protestante”  secondo cui in sostanza,  la divisione tra  puri e impuri, tra  coloro cui potersi fidare e coloro da evitare era dettata a partire dal successo sociale. Una persona  ricca, facoltosa e di successo, secondo questa etica era anche facente parte del gruppo dei “salvi”, di coloro che erano stati prescelti per salire in paradiso. 

E’ proprio a partire da questo periodo che in Inghilterra, durante l’impero della regina Victoria – che passerà alla storia come “Victorian age“-, si svilupperà il cosiddetto  “optimism“, l’ottimismo dei facoltosi vittoriani nei confronti del futuro e nelle capacità dell’essere umano. A partire da questa idea positiva del futuro, trae origine il mito positivista del progresso, quello delineato negli scritti di August Comte. L’uomo di successo è quello che pone massima  fiducia nel futuro e nelle sue capacità individuali. I poveri invece, come ritratto nelle opere di Charles Dickens, vengono descritti come impuri, sporchi, selvaggi e svogliati, nell’ottica protestante essi saranno i dannati. Essi vivono in un sudicio presente senza alcuna aspettativa per  il loro futuro, ubriacandosi e vivendo alla giornata.

Con l’evolversi di questo sistema sociale, attraverso il perfetto compimento di quella da me descritta come la “società della modernità diffusa” – ovvero la società in cui l’etica e il modo di vivere capitalista si è ormai capillarmente diffuso in ogni strato sociale-, il tema della competizione e della lotta sociale si è ormai elevato a status-quo. Se un tempo la divisione tra sudditi e padroni era dettata dalla immutabile e immutata tradizione, oggi questa divisione proviene dalla competizione, dalla perfetta applicazione del Darwinismo sociale e della specializzazione ed evoluzione dei compiti e delle prestazioni. Chi tiene il passo dei tempi viene premiato, chi si accontenta, chi sceglie di camminare e non correre viene in qualche modo punito.

Tornando dunque la tema della psicologia sociale, oggi mi sembra che esistano due tipologie principali di individui: coloro che sono immersi in un perenne stato di “distimia” e coloro, invece, che sguazzano in una “eutimia”, questi sono gli individui definiti come “ipertimici” ovvero costantemente produttivi, euforici. Si sa, il capitalismo e, in primis, l’etica protestante che ne sta alla base, radicalizza le differenze. L’economia industriale contemporanea è, in un certo senso, affetta da una bipolarità di fondo e nulla toglie che tale alternanza di fasi positive di crescita e improvvise, violente e burrascose recessioni possano in qualche modo influenzare la coscienza degli individui.

Facciamo un esempio. In uno dei suoi libri, Zygmunt Bauman parla di “rivoluzioni ad aspettative crescenti” intendendo quel fenomeno, tipico delle nuove generazioni, per cui esse si sentirebbero tremendamente stressate e dunque, potrebbero tendere ad atteggiamenti violenti e rivoluzionari proprio in merito al fatto che essi, a differenza delle generazioni passate, sono sostanzialmente più poveri dei loro genitori. Proprio come un individuo affetto da psicosi depressivo-maniacale  affermerebbe durante la fase depressiva che il suo vero lui è l’io che si manifesta durante il periodo euforico-ipertimico, ovvero durante la fase maniacale, quella in cui egli si sente “padrone del mondo”, così le nuove generazioni sono in qualche modo pervase da un atteggiamento vittimistico e retro-utopico per cui esse in verità aspirano a ritrovare la condizione passata dei loro padri come unico e vero stato in essere delle cose giusto e positivo che possa realmente indentificarli come loro dimensione naturale. 

Nella società odierna, lo status-quo viene dettato dalla specializzazione funzionale tra chi riesce e chi no, i ricchi sono anche uomini di successo, spesso pervasi da un costante senso di delirio di onnipotenza con un atteggiamento sempre e necessariamente positivo verso il futuro e verso le loro capacità. L’ideale di individui ribelle che cerca di bypassare ogni legge pur di far successo non è mai stato più attuale, pensiamo al famoso film “The wolf of wall street”. Tutto questo si sposa perfettamente con la tipica fine di coloro che, nelle ultime fasi della  crisi maniacale, sfociano in una sorta di “delirio di onnipotenza” freudiano e narcisistico il quale, infine, si consuma da solo per mezzo di atteggiamento rovinosi posti in essere dall’individuo stesso. L’individuo di successo per sui definizione dovrà intraprendere atteggiamenti sempre più  rischiusi pur di giungere infine alla vetta della piramide sociale, spesso tali azioni finiscono per annientarlo. Le crisi economiche odierne sono per la maggior parte generate da bolle speculative, da investimenti azzardati e dal troppo credito – il quale per sua natura identifica un contratto fiduciario per il futuro (io ti elargisco denaro in cambio di un compenso domani). Come nota Harari nel saggio “Sapiens da animali a dei“, il capitalismo si distingue in primissimo luogo dagli altri sistemi economici per la totale  fiducia che esso ripone e richiede di porre nel futuro. Senza le attività a credito la nostra economia non potrebbe sussistere, il 90% del denaro mondiale non esiste in moneta stampa ma è frutto di attività finanziarie di prestito e debito

D’altra parte gli individui che si rovinano da soli e i poveri che invece sono oggi pervasi sempre più da uno spirito di insoddisfazione, da una sorta di distimia permanente – atteggiamento di tristezza cronica– rappresentano l’altra faccia della medaglia di un sistema a due binari che divide, in primo luogo i ricchi e i poveri per la loro mentalità e l’atteggiamento verso il mondo. Come il modello tipico di individuo di successo richiede un incessante ottimismo al futuro, il modello tipico dell’individuo indigente è quello di colui che è incapace ad “infutuarsi” ossia per cui la dimensione futura è frutto di ansie e pensieri negativi: le tasse da pagare, le bollette, il precariato e così via. Tale  atteggiamento è anche tipico degli stati depressivi assieme ai tanti vittimismi del “perché proprio a me”. D’altro canto invece il delirio di onnipotenza può sfociare in un comportamento complottista per cui ogni critico viene ormai visto come un potenziale “sabotatore” del successo personale. 


Su questa dialettica vittimistico-complottista mi è venuto anche da riflettere in merito alla genesi dei regimi autoritari e fascisti. Infondo questa spiegazione ricalca la teoria dell'”istinto del gregge” che viene descritta da Mannheim per cui i poveri indigenti sono portati a cercare la figura dell'”uomo forte” il quale a sua volta accoglie in uno spirito di complotto nazional-popolare le istanze di queste persone depresse e frustrate. 


Infine è necessario che io svolga un ultimo piccolo passo in dietro. A favore di questa tesi dell’ambivalenza dell’etica protestante alla base della società contemporanea, vorrei citare lo studio sul Suicidio svolto nell’opera omonima da parte di Durkheim. Egli infatti aveva notato come il tasso di suicidi fosse maggiore nelle comunità protestanti piuttosto che in quelle cattoliche. Questo parrebbe un paradosso poiché la condizione peggiore si troverebbe nelle comunità che più di tutte sono rivolte verso l’ottica del successo  ma, alla luce di quanto detto ciò non dovrebbe più  essere cosa strana.

In conclusione oggi lo status-quo si identifica nel pensiero tipico della classe dominante del modello di società della prestazione per cui sono gli stessi individui che con le loro indoli personali si pongono tra coloro che tengono il passo del progresso, offrendo sempre e comunque la prestazione che ci si aspetta da loro, e coloro che invece non riescono. Infondo il progresso stesso, per esser creduto, implica  una fiducia totale verso l’idea di un futuro radioso e positivo. Ottimismo e progresso fanno parte della stessa dimensione e si completano a vicenda.


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