Lo strano caso di Diego Fusaro, il filosofo che pensava di essere nel 1800.

Se qualcuno mi chiedesse come si sentirebbe un rivoluzionario del 1800 se all’improvviso si risvegliasse nei XXI secolo, ecco io indicherei a questa persona il filosofo “de nostri tempi”: Diego Fusaro.

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Ora, contrariamente alla retorica egemonica in questi giorni, non v’è nessuna emergenza razzismo, per fortuna. Solo sporadici casi di imbecilli, degni di essere puniti come la legge prevede. La verità è che le sinistre mondialiste fucsia e traditrici di Marx usano l’antirazzismo in assenza di razzismo per evitare oculatamente l’anticapitalismo in presenza di capitalismo. Si legittimano in tal guisa, nella loro conclamata assenza di legittimità. Una sinistra al servigio del capitale e dell’imperialismo atlantista non avrebbe ragione di esistere. E per continuare a esistere si inventa allora le emergenze del fascismo e del razzismo, fingendo che la contraddizione capitalistica nemmeno più esista […] Occorre essere coesi in basso. La lotta è tra Servo nazionale-popolare e Signore global-elitario.

Ecco, intanto, lasciatemi sfogare in una divagazione che non riesco a non esprimere. Ma seriamente questo individuo finisce tra le maggiori testate nazionali e programmi tv? Un uomo che alla “veneranda” età di 35 anni parla dal pulpito della Sua verità dimostrandone, fisiologicamente – termine che il soggetto ama ripetere più e più volte-, poco più di venti? Probabilmente poco centra con la politica e i discorsi che solitamente si affrontano su questo portale ma, veramente la gente può farsi “triggherare” da un soggetto che pare non abbia mai visto il mondo? Lo dimostrano i suoi “arcaismi“, il discorso infarcito di retorica e l’uso consueto di parolone che, ai fatti, sono pure inconsuete nel loro stesso campo semantico di appartenenza facendolo apparire, ai miei occhi, come un grande esercizio di retorica scolastica fine a se stessa – un po’ come l’oratoria nel periodo imperiale romano, bella ma inutile ed irrealistica-.

Dietro Fusaro si nasconde l’epilogo drammatico della filosofia moderna, l’essere sostanzialmente rimasta indietro di almeno cent’anni rispetto alle sorelle “scienze sociali” come l’economia e la sociologia. Nella foto, di per se abbastanza imbarazzante – come i ragazzini che pubblicano post con frasi filosofiche nella descrizione-, egli afferma che occorra “ripartire dell’unione delle classi lavoratrici […] per porre in primo piano l’interesse nazionale“.  Fusaro dibatte emulando e prendendo le parti di un giovane Marx dei primi dell’Ottocento: parla di unione dei proletari e dell’interesse della nazione come se, ad oggi, tali processi siano la diretta conseguenza l’uno dell’altro. Ma è chiaro che al momento presente la situazione è ben diversa.

Egli si avvale di un pensiero antiquato avendo la pretesa di spiegare un sistema politico, sociale ed economico di duecento anni più giovane. Sostanzialmente, secondo Fusaro, poco o nulla è cambiato dai tempi della Riv. Francese, tempi in cui, tra l’altro, operava Hegel che tanto spesso viene da lui citato. É infatti durante il “Giuramento della Pallacorda” nel 1789 che nasce per la prima volta il concetto di “Assemblea Nazionale” che sarà poi la base e il fondamento di tutte le teorie sulla “Nazione” del secolo successivo. Affermare che fare l’interesse dei lavoratori e del ceto medio imprenditoriale equivale all'”interesse della nazione” è come dire che il terzo stato rappresenta la Nazione contro gli interessi dell’élite aristocratica e del clero. In effetti, è proprio durante la rivoluzione francese che inizia la politica discriminatoria verso l’aristocrazia accusata di essere “gente straniera seppur in casa propria” poichè essi erano visti con sospetto essendo l’unica vera classe dal carattere universale e transazionale grazie alle risorse patrimoniali che permettevano a questi ultimi di varcare i confini nazionali e sfuggire alla “volontà collettiva”¹

Risveglio del terzo stato
Il terzo stato in catene si ribella dall’aristocrazia e dal clero

Da questo punto di vista, Diego Fusaro non è molto diverso da un giacobino della fine del 1700 nelle sue rivendicazioni di odio contro “l’élite mondialista” – come La suole definire Fusaro-.

Ma, tornando al presente, le argomentazioni del filosofo appaiono essere, oltre che retrograde, anche pericolose per gli stessi diritti dei lavoratori. Se chiedete ad un qualsiasi sociologo odierno quale sia una delle contraddizioni più manifeste ed importanti del capitalismo odierno, vi dirà che sicuramente una di queste è il fatto che  a problemi di sempre maggior portata generale, quelli posti dalla globalizzazione, oggi si risponda con politiche di carattere nazionale, e non sovranazionale, sempre più inefficaci, miopi ed inopportune.

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La vera contraddizione risiede nell’esistenza stessa dello Stato nazionale.

 

 

 

Ecco, il vero limite del pensiero di Diego Fusaro sta nel suo essere provinciale ed eurocentrico. Mi spiegherò meglio. la soluzione descritta da Fusaro poteva andare bene nei primi decenni successivi alla rivoluzione industriale in cui gli unici “lavoratori” in senso moderno si concentravano su suolo europeo poichè nel resto del mondo vigeva ancora un sistema patrimoniale-feudale. L’Europa non era molto diversa da un ristretto club privato di Stati nazione con regimi politici ed economici molto simili. Il resto del mondo viveva all’incirca come nel Medioevo. Non si può dire lo stesso di oggi. Se oggi facessimo l’interesse della Nazione, come più volte auspicato dal filosofo, allora vorrebbe dire fare anche l’interesse della Cina, della Turchia, dell’Indonesia, dell’Afghanistan, del Brasile, del Perù etc.

Tutti questi paesi sopraelencati fanno ora parte di quel club privato ormai divenuto globale, quello dell’economia capitalista; il problema sussiste quando emergono enormi e sostanziali differenze nelle culture e nei regimi politici di ciascuno di questi paesi. Fare l’interesse dell’Italia e della Cina metterebbe a rischio i lavoratori italiani non meno di quelli cinesi, l’economia dei primi si troverebbe spiazzata dalla concorrenza mentre i secondi verrebbero relegati allo sfruttamento più coatto e umanamente degradante. 

In una tale situazione l’unico mezzo che si dispone è quello di politiche sovranazionali che possano regolare il mercato unico globale a favore di un interesse comune, quello dell’individuo singolo dotato di una sua propria dignità e diritti. Non a caso quest’ultima è la visione del diritto internazionale sviluppatosi successivamente alla Seconda guerra mondiale come risposta all’evoluzione del sistema mondiale. Alla luce delle differenze culturali, politiche e sociali, l’unico modo per garantire l’interesse dei cittadini è quello di considerare il genere umano come unico e diviso dall’interesse nazionale che, in molti paesi del mondo equivale ancora a regime coatto di sfruttamento. Oggi non possiamo più fingere che gli Stati del secondo e terzo mondo non esistano poichè, seppur il loro sistema politico – spesso autocratico- è in ritardo culturale rispetto al nostro, la loro economia è pari o superiore a quella delle potenze del nord Atlantico.


Potremmo spendere molte altre parole in merito alla questione, magari in un’altro articolo 🙂 (Filippo, B.)


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