La modernità diffusa: “L’evoluzione della politica”

L’evoluzione della politica


Il sistema di notabilato

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Vogliamo iniziare questa nostra analisi dal periodo tardo Ottocentesco, anche perché una trattazione dell’argomento fin dalla sua nascita non sarebbe inerente al tema di questa narrazione. Inoltre analizzeremo la politica secondo i suoi aspetti generali, senza addentrarci nelle determinazioni storiche.

Nella seconda metà del 1800 nascevano un po’ in tutta l’Europa dei nascenti Stati nazionali, dei sistemi di notabilato. Apriamo una parentesi affermando che da ora in poi ci riferiremo solo ad alcuni Stati europei più avanzati come Francia, Inghilterra, Italia e Germania. In questo periodo si stava infatti ormai concludendo il passaggio dalle monarchie assolute ai sistemi di monarchie liberali con carte costituzionali, concesse o meno, e dunque si stava sviluppando quel processo di parlamentarismo che avrebbe tolto potere alla corona trasportandolo nell’esecutivo il quale a sua volta sarebbe sempre più dipeso dalla fiducia dei parlamenti e le loro camere. Ciò che è importante è considerare il sempre più evidente passaggio del potere legislativo nelle sale delle Camere, in particolare delle Camere basse dei parlamenti nazionali con l’espandersi progressivo del suffragio.

Inizialmente, dunque, quando il suffragio relegava la politica ad una stretta élite di ricchi ed influenti notabili, la politica era il luogo in cui si formavano alleanze in base alle reciproche necessità individuali degli eletti. Infatti, fin quando il suffragio non si universalizzò, in primo luogo le elezioni parlamentari avvenivano per collegi territoriali in cui i candidati, provenienti dallo stesso ambiente sociale, si conoscevano a vicenda e si garantivano i voti in base ai favori reciproci. Non vi era una vera e propria divisione tra destra e sinistra e dunque, in paesi come l’Italia, era ricorrente il fenomeno del trasformismo. Vigeva, in conclusione, un sistema politico fondato su il clientelismo di favori tra ricchi benestanti ai vertici delle loro comunità di appartenenza. La politica era quindi connotata da un forte territorialismo, tale caratteristica era ben più riguardevole che la stessa distinzione tra destra e sinistra in un periodo in cui i veri attori della futura sinistra ideologica erano ancora relegati nell’ambito di movimenti e proteste extra-politiche. Il quarto stato, in sostanza, non possedeva ancora una sua rappresentanza in parlamento.

Il passaggio alla politica di massa

Parlamento

L’allargamento del suffragio si ebbe grazie alle lotte sociali portate avanti dal quarto stato, i proletari che rispetto al borghesia si erano trovati ad essere il perno dell’industria nazionale ma, mancavano dei diritti politici, similmente a quanto era accaduto un secolo prima tra il terzo stato, la borghesia, e i ceti privilegiati di nobiltà e clero. A seguito di questo conseguimento avvennero grandi cambiamenti nella politica che cerchiamo ora di riassumere brevemente.

In primo luogo il potere legislativo e la legittimità politica si spostò sempre più dalle Camere alte verso quelle basse le quali, rappresentavano il popolo essendo elette a suffragio universale maschile, mentre le altre, come la Camera dei Lords in Gran Bretagna, restavano nella maggior parte dei casi l’espressione della vecchia élite nobiliare. Questo passaggio di potere fece si che il popolo, attraverso i suoi rappresentanti, avesse il modo di influenzare da protagonista le decisioni pubbliche e la politica degli stati.

Inoltre, la società civile pienamente sviluppata, grazie anche all’apporto del quarto stato e delle sue forme di protesta sociale primo-novecentesche, rendeva necessario ai natabili di rivedere i metodi stessi di fare politica, incalzava la necessità di trasformarsi in “politici di professione”. Innanzitutto si abbandonò il sistema del notabilato poiché ora i messaggi trasmessi dovevano essere orientati ad un pubblico ben più grande, nella maggior parte dei casi l’intero numero dei cittadini maschi adulti. Solo successivamente, e spesso dopo la seconda guerra mondiale, anche alle donne. Bisogna inoltre considerare che tutto ciò fu possibile grazie alla fioritura di nuove ideologie e sistemi di interpretazione della realtà e della società che fecero nascere ad esempio i partiti socialisti e poi comunisti. Insomma, se non si fosse sviluppato quel processo iniziato con l’illuminismo e descritto nelle precedenti pagine, non si sarebbe arrivati a questo punto, ovvero al punto di poter a ben ragione chiamare il Novecento il “secolo delle grandi ideologie”; il “secolo delle gradi visioni del mondo”.

In ogni caso la fioritura di tutti questi movimenti ideologici spinse alla formazione di vere e proprie organizzazioni burocratiche, secondo il processo Weberiano di progressiva efficienza sistemica. Queste organizzazioni, prime vere e proprie forme di partito, dovevo in primo luogo cercare di ottenere il consenso della propria fetta di elettorato ideologico attraverso la trasmissione di una cultura di massa. Inoltre, questi nuovi attori della politica mainstream, necessitavano di un forte attivismo e partecipazione dal basso e, per loro stessa natura, si caratterizzavano per una politica non necessariamente personalizzata. Ciò poiché l’ideologia travalicava i singoli che, all’occorrenza, vi si potevano riparare.

I partiti quindi davano una visione per il futuro ai propri iscritti, gli educavano ad essere partecipativi e perseguivano uno scopo futuro ideale o, in ogni caso, si attenevano ad un “piano”, che sia il Capitale di Marx o i precetti della teoria classica dell’economia. I loro leader, inoltre, erano in qualche modo protetti da questo scudo ideologico sicché i partiti erano, come poi avvenne, destinati ad avere lunga vita e un consenso più o meno stabile nel tempo dato soprattutto dalla loro fetta di elettori “fidelizzati”, per usare un termine odierno. Inoltre questo scudo ideologico del partito permetteva ai leder eletti di condurre programmi che non necessariamente inseguissero le volontà del popolo e dunque politiche più responsabili.

Bisognerebbe inoltre svolgere un’ulteriore divisione, a questo punto, tra destra e sinistra. Infatti, tutto ciò detto fino ad ora al riguardo di nuovi diritti e allargamento del suffragio, potremmo considerarlo come merito delle sinistre, la destra invece dal canto suo ha avuto una funzione di “moderatore” del dibattito politico. Ovviamente tutto ciò in termini generali e non particolari. Oggi dunque, accennando a quanto tratteremo successivamente, un grande fattore di perdita della partecipazione politica è la crisi stessa della sinistra. Tale crisi però è in qualche modo un sotto prodotto dell’evoluzione della contraddizione ideale nel reale che aleggia nelle radici più profonde del pensiero moderno stesso. La sinistra infatti è sicuramente lo schieramento più ideale tra i due, se dovessimo guardare invece alla destra liberale e conservatrice, essa è sicuramente quella che si affida maggiormente all’idea del libero perseguimento dei propri interessi; dal canto suo la sinistra viaggia in una dimensione che tende ad identificare una sorta di bene comune nella società, un obbiettivo verso cui giungere.


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