Spunto per una riflessione sul lavoro

Ieri, mercoledì 25 luglio 2018 è morto Sergio Marchionne. Molti oggi fanno dell’ironia sulla sua morte o affermano come alla fine il dormire tre ore a notte per il lavoro non abbia poi tanto ripagato. Molti credono che il “soldo”, quello stipendio da circa 10 milioni l’anno, sia la causa che ha spinto il direttore generale di Fiat-Chrysler a vivere un tale stile di vita. Io, invece, ritengo che un uomo di cultura umanistica, che passava le notti a leggere trattati di filosofia e che si preoccupava dei suoi dipendenti, semplicemente lavorasse per passione e trovasse in questo la sua realizzazione. Fonti a lui vicine raccontano che Marchionne passasse le notti a scrivere lui stesso i discorsi che avrebbe pronunciato i giorni dopo.

99aa98c80b9f52129eb1f505bc08f8cd-kgiG-U3000847721038vqD-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpg

Sull’Huffington Post è stato pubblicato un articolo in cui vengono citate le parole di Susanna Camusso, leader dirigente di CGIL:

“Duro negoziatore, bravo organizzatore, non ha però saputo né voluto indirizzare l’azienda che guidava al dialogo e alla collaborazione con una parte importante dei lavoratori italiani”

Sono dell’opinione che se una persona è dura e severa con se stessa, allora lo sarà anche con gli altri soprattuto quando attorno trova persone che non condividono la propria  diligenza e passione ma che lavorano alla giornata. Infondo la domanda e sempre la stessa: “cosa ci possiamo aspettare da una persona che lavora ventiquattro ore al giorno?”, quanto minimo che, per quella persona, il lavoro sia più del lavoro: uno scopo, un’amore una causa. Spesso i molti critici, nell’argomentare il loro punto di vista, si scordano che egli fosse il primo dei lavoratori e che egli avesse salvato un’azienda che nel 2004 era in rosso e che, se fosse fallita, avrebbe fatto perdere almeno 40 mila posti di lavoro. Se poi Sergio ha delocalizzato spostando altrove 20 mila lavoratori, nel corso della sua dirigenza, questo non si può imputare a sua colpa come sono soliti certi sindacalisti.

La colpa bisogna trovarla nei ministri, nel parlamento e nelle istituzioni che hanno creato quelle condizioni del tipo “aut-aut“: o restare localizzati e fallire o espandersi all’estero e sopravvivere. Noi italiani siamo un popolo che per più di un millennio è stato diviso tra signorie, comuni e cittadine e, ritengo, siamo naturalmente invidiosi del successo dell’altro: la nostra cultura etica ci porta ad essere così, dai campanilismi all’invidia verso chi ce la fa. Dobbiamo imparare nuovamente ad essere più flessibili, la società ce lo impone. Non esiste più la pausa di mezzogiorno fino alle tre per andare a mangiare, potrebbe capitare di lavorare la domenica oppure che il nostro turno venga allungato di un’ora lo stesso giorno senza preavviso.

Il lavoro oggi non è più “sacro” in sé ma solo a determinate condizioni che ritengono non si possano, onestamente, più applicare. I ritmi della vita sono cambiati e con essi le scelte di consumo: l’industria del lavoro non si è svegliata un giorno imponendo a tutti gli impiegati di lavorare, ad esempio, la domenica, prima di questo ci saranno stati dieci, cento, mille persone che all’improvviso si sono riversate in giro per la città a quest’orario in cerca di consumo. La curva di lavoro poi, rispondendo flessibilmente, si è spostata in modo tale da coprire questo bisogno. Quest’ultimo poi è frutto di tutta una serie di frammentazioni sociali che hanno portato ad una caduta tendenziale dell’etica cristiana nella nostra società per cui oggi non è più una necessità andare di domenica mattina in chiesa.

1132219-meraville.jpg

Ovviamente non è oro tutto quel che luccica, non dobbiamo correre il rischio di sovra-idealizzare qualcosa cosa che, infondo, non appartiene alla nostra indole naturale. Il lavoro è frutto del sistema sociale e, nello specifico, il modello odierno è frutto della rivoluzione scientifica e dell’epoca moderna poi evolutasi in quella post-industriale contemporanea. Sono convinto che, pur essendo necessario al nostro sostentamento, esso rappresenti una di quelle “catene” di cui parlava Rousseau a proposito delle imposizioni sociali, dei tabù o, appunto, di queste “necessità non necessarie“. Quello che voglio dire è che il mito del “lavoro rende liberi” è una burla, una bufala. Il lavoro serve a vivere perchè in questo modello posto-industriale di società non ne possiamo fare a meno ma, in ultima istanza, il lavoro non ci rende migliori, non ci insegna nulla, nemmeno il cosiddetto “valore delle cose” – o dei soldi-. I soldi, per conto loro, rimangono solo moneta sonante e carta straccia, il sudare per guadagnarli di certo non ne farà aumentare il loro “valore” se non nella nostra mente ma ciò è meramente soggettivo: un manager avrà un valore del denaro, paradossalmente, molto più infimo e inferiore di quello di un operaio. Non posso pensare che sia possibile identificare pesi e misure diverse per uno stesso oggetto di scambio. Il denaro rimane denaro che esso sia oggetto di una donazione, di un lavoro onesto o di uno più disonesto.

Il lavoro è solo un mezzo di pura sussistenza in queste circostanze dettate dalla società di nostra appartenenza e, in ultima istanza, ci ottenebra la mente, ci rende stanchi e, spesso, insoddisfatti. Quando torniamo a casa ci rende incapaci, per l’arduo compito, di fare altro se non guardare la televisione nel divano o, semplicemente, andare a dormire. I lavoro non ci da nulla, secondo la mia visione, toglie soltanto inflessibilmente. L’unica mansione che vale la pena di svolgere è quella che faremmo anche senza compenso ma, questa, è solo un’utopia e per ciò siamo costretti quantomeno a sacrificare una buona parte del nostro tempo in Sua funzione pur di sopravvivere. Un tempo, i nostri antenati, andavano a caccia per qualche ora al giorno – tre o quattro- e poi, dopo aver mangiato, avevano tutto il tempo di parlare, fare pettegolezzi e, ritengo, essere felici ma, infondo, nessuno lo sa poichè non è rimasto nulla di queste antiche comunità. Oggi, a conti fatti, passiamo la maggior parte del tempo d’impiego per ripagare quei piccoli svaghi che amiamo concederci, gli oggetti che compriamo e i debiti che emettiamo senza renderci conto che ciò che veramente sacrifichiamo è il nostro tempo.

depositphotos_38551569-stock-video-tired-businessman-after-work


background-1995005_960_720

Agire Comunicando è alla ricerca di articolisti, persone brillanti e capaci che si interessino di cultura e attualità. Offriamo la possibilità di pubblicare i propri pensieri su questa piattaforma online gratuitamente. Se sei interessato/a a questo progetto, visita questa pagina, ti stiamo aspettando!