La modernità diffusa: “Un medioevo all’incontrario?” (3-B)

In primo luogo sia Jimmy Carter che Barak Obama sono stati eletti a seguito di una grande crisi economica e nel particolare stiamo parlando della “Crisi energetica” del 1973, a seguito della crisi del Kippur, e la “Grande recessione” del 2007-2008. Inoltre entrambe queste presidenze avvennero successivamente a importanti azioni militari del paese, stiamo parlando della caduta di Saigon nel 1975 e la fine della guerra del Vietnam e della guerra in Iraq, iniziata nel 2003 e conclusasi nel 2011 per non parlare dell’infinita guerra in Afghanistan che dura da quasi diciassette anni, l’incubo di un nuovo Vietnam. Queste azioni militari vennero fortemente contestate dalla popolazione e dalla comunità internazionale, il Vietnam per i suoi importanti costi umani mentre in Iraq si scoprì che, contrariamente a quanto si pensava, non vi erano alcune armi di distruzione di massa come vennero smentite tutte le ipotesi di collaborazione di Saddam Hussein con l’organizzazione terroristica di Al Qaida. Anche la guerra in Iraq può essere sotto certi punti di vista considerata una sconfitta per gli Stati Uniti poichè, anche se ha portato alla cattura del dittatore Saddam Hussein, non ha evitato la successiva affermazione dello Stato Islamico nel paese negli anni successivi.

Carter come Obama venivano eletti da una popolazione ormai stanca di guerre e provata dalla crisi economica. Celebre fu il discorso inaugurale che il presidente Carter tenne durante il giuramento da Governatore della Georgia nel 1971 quando dichiaro che: <<“Il tempo della segregazione razziale è finito. Nessuna persona povera, rurale, debole o di colore dovrebbe mai più sopportare il peso di essere privato della possibilità di una formazione, di un lavoro o di semplice giustizia>>. Ancora più importante fu però l’accordo a cui si giunse nel 1977 tra il Presidente e Omar Torrijos per quanto riguarda la cessione ai panamensi del pieno controllo sul canale entro l’inizio del nuovo secolo. Ed ancora Carter firmò gli accordi per la limitazione delle armi nucleari (SALT II) con l’ex Unione Sovietica nel 1979 come espressione della volontà verso la distensione dei i rapporti diplomatici tra le due superpotenze. Per quanto riguarda Obama, senza dilungarci ulteriormente, fu molto importante il contributo alla popolazione più svantaggiata del pacchetto di riforme denominato “Obamacare” sulla sanità pubblica che ha portato a tutelare 32 milioni di cittadini americani in più. Un’altro trattato internazionale dalla grande importanza, firmato a seguito della volontà di distensione nei riguardi dei rapporti tra gli Stati Uniti e la comunità internazionale con l’Iran, è stato l’ “Accordo sul nucleare iraniano” firmato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu sempre al tempo della presidenza Obama.

Su questa narrazione i successori dei due presidenti democratici rappresentano sicuramente la volontà dell’élite economica-industriale repubblicana del paese di ristabilire la “forza” e l’influenza degli Stati Uniti nel mondo attraverso una propaganda ed una politica sicuramente “di potenza”. Cosi Reagan si pose, assieme alla Tatcher, come strenuo nemico dell’ “avanzata” sovietica negli anni ’80 e la successiva amministrazione Bush senior fu responsabile dell’ingiustificabile aggressione di Panama nel 1989 a cui venne data la giustificazione di azione contro il dittatore “narcotrafficante” Manuel Noriega. In realtà Noriega nel periodo precedente aveva collaborato con la Cia contro i governi pseudo-socialisti dell’America latina, almeno fino al 1986. Egli era il successore di Omar Torrijos il “mitico” presidente di Panama che era riuscito a restituire il controllo del canale ai legittimi beneficiari. Lo stesso Torrijos era morto in un disastro aereo qualche anno prima, probabilmente in un vero e proprio attentato organizzato dalla Cia essendo divenuto una figura troppo scomoda che rischiava di restituire un precedente a tutte le popolazioni subalterne e povere dell’America latina contro lo strapotere degli Stati Uniti. Noriega come Torrijos si opponevano al controllo degli americani sul loro paese e entrambi alla fine persero la loro crociata per la libertà dei panamensi. Per concludere questa digressione, che considero una divagazione necessaria vogliamo spendere alcune parole su Donald Trump.

Ai miei occhi Trump rappresenta una degenerazione populista e mediatizzata dei suoi predecessori repubblicani, un Reagan in versione ancora più Hollywoodiana la cui missione è la stessa di sempre, ristabilire la credibilità degli Stati Uniti a seguito di un recente passato sicuramente non di lustro. Tutto questo a discapito delle popolazioni più svantaggiate, dei paesi del terzo mondo e delle tribù indigene di tutti quei paesi che rappresentano una potenziale risorsa di petrolio. Paradigmatica è la distruzione della foresta Amazzonica in America Latina in paesi come l’Ecuador con la progressiva estinzione di intere specie animali e vegetali insieme a quella delle tribù indigene di quei luoghi. Uno schiavo delle multinazionali americane che professa il mantra dell’American First a discapito di tutti gli altri, anche degli stessi americani, i più poveri ovviamente che rischiano di veder eliminato un pacchetto di riforme come l’Obamacare per seguire le degenere politiche neo-liberiste di un Capitalismo sempre più imperialista. Un Presidente contro la delocalizzazione delle imprese che si veste e vende gadget “made in China”.

Da non sottovalutare sono anche i movimenti populisti all’interno del panorama politico degli Stati europei. Partiti di questo genere non vedono di buon occhio le politiche europee in quanto considerate espressione di burocrati senza contatti con la realtà della popolazione. Non sono da sottovalutare poiché oggi risultano sempre più in grado di attirare consensi e risultare come scelta appetibile dell’elettorato. Un esempio lampante è il Fronte nazionale (Fn) che in Francia alle regionali del 2015 ha ottenuto il 27,7% dei consensi seguiti a ruota dalla destra con il 26,6% circa. L’unione per la sinistra ha ottenuto solo il 23% arrivando per terza. Paradigmatico è il dato di fatto per cui in Francia i consigli regionali di oggi saranno composti per il ben 54% da esponenti di destra o addirittura, estrema destra.

Oggi dunque a livello internazionale stiamo assistendo al ritorno degli Stati sovrani e nella politica dei singoli invece a processi di devoluzione dello Stato unitario. Di pochissimi giorni fa è stato ad esempio il referendum lombardo-veneto sull’autonomia delle suddette regioni, in tale occasione le percentuali del si hanno raggiunto una media del 95-98% lasciando bene intuire le volontà della popolazione. Allo stesso modo è avvenuto in Catalogna con un referendum illegale ma che in ogni caso ha dimostrato quanto fragile sia l’unità dello stato spagnolo, soprattutto in una situazione in cui Madrid è stata costretta ad inviare la guardia civil e a sospendere momentaneamente le autonomie della regione per ristabilire l’ordine, lasciandosi anche dietro forti critiche per i metodi violenti delle forze dell’ordine, non esattamente ciò che si aspetta dall’amministrazione di un moderno stato democratico. Alcuni vogliono ristabilire un traballante ed instabile Leviatano in nome di quella che Zygmunt Bauman chiama “retrotopia”, il ritorno utopico al mito di un passato aureo, esso stesso un utopia. Tale quindi è espressione di un pensiero miope che non si rende conto che quello stesso Stato-sovrano è in crisi, esattamente come le istituzioni sopranazionali. La crisi, e dunque, la risoluzione di questa stessa crisi deve essere ricercata altrove. Il Leviatano è malato ma non è un virus esterno ad averlo infettato. Le sue sofferenze derivano dalla lenta disgregazione del suo stesso organismo, il mostro hobbesiano si sta mordendo e graffiando da solo come se cercasse di estirpare un cancro che si annida nelle sue stesse viscere.

La nostra tesi è dunque quella secondo la quale queste particolari manifestazioni, riflettono un processo più generale di dissoluzione di quella sfera di valori universali, derivanti dall’illuminismo, che fino a poco tempo fa era capace di tenere insieme la popolazione degli Stati moderni. Nazionalismi sul piano internazionale e politiche territoriali su quello nazionale sono due facce della stessa medaglia, la dissoluzione della sovrastruttura ideologica e la devoluzione della società civile.


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La modernità diffusa