La modernità diffusa: “Un medioevo all’incontrario?” (3-A)

Un’ulteriore riflessione sulla crisi degli Stati sovrani

Scrutando al futuro, con l’esperienza degli ultimi anni, non possiamo non considerare l’ipotesi di uno scenario da “no deal”. Nessun patto. Con questa espressione mi riferisco nel dettaglio alla situazione della Gran Bretagna per ciò che riguarda le negoziazioni di uscita dell’Ue che oggi rischiano di arenarsi in un nulla di fatto che potrebbe rivelarsi profondamente dannoso per gli scambi economici dell’Inghilterra. In ogni caso non credo sarà questa la situazione che si prospetta per il futuro, almeno economicamente parlando.

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La sconfitta delle politiche di austerity è stata corrosiva sia per quanto riguarda l’autorità della linea politica dei principali motori dell’unione, ovvero la Bce e la Germania, sia per quanto riguarda l’opinione pubblica in merito all’Europa. Oggi la gente comune vede questa istituzione negativamente come una sorta di abominio burocratico composto da tecnocrati insensibili alle problematiche reali della popolazione il quale, in qualche modo, cala le proprie decisioni dall’alto senza lasciare spazio alla “sovranità” dei singoli Stati dell’Unione. Ovviamente questa visione di pensiero, che nega di principio queste istituzioni, è puramente ideologica e riflette la moderna rinascita delle destre nazionaliste nel panorama politico di molti Stati, soprattutto nella dimensione in cui gli stessi cittadini eleggono i loro rappresentanti europei. Vediamo oggi un paese come la Spagna che fatica a mantenere la propria unità a seguito di sentimenti separatisti in nome di principi, come l’autodeterminazione dei popoli, che hanno l’odore di vecchi capi d’abbigliamento che si addicono più alle tumultuose masse Otto-Novecentesche dell’est europa dopo lo sfaldamento dell’Impero austro-ungarico e di quello ottomano. Dobbiamo però chiederci se forse questi “vecchi” principi non siano forse oggi più necessari che mai nella politica di altri Stati non occidentali. Se oggi il futuro dei paesi occidentali appare essere sempre più di unità e di integrazione economico-politica, tanto che parlare di principi quali il suddetto di autodeterminazione dei popoli appare anacronistico, per altri paesi come quelli dell’America Latina o delle ex repubbliche sovietiche potrebbe essere fondamentale. Le prime dalle politiche di imperialismo economico statunitensi che vennero stabilite per la prima volta dai principi della “Dottrina Monroe” alla fine del XIX secolo, le seconde dalle rivendicazioni della Russia post-comunista. Questi in ogni caso sono degli esempi, potremmo citare il caso Iraniano, quello Siriano o i Curdi in Turchia. Il mio pensiero è che in un mondo sempre più governato dalle grandi corporazioni ed esposto ai processi su vasta scala, come l’immigrazione o le crisi economiche, prodotti dalla globalizzazione, queste istituzioni siano fondamentali. La mia credenza è che queste istituzioni siano l’unico modo di raggiungere quel potere contrattuale, dato dall’aggregazione delle volontà e della rappresentanza dei cittadini di più nazioni, per opporsi alle decisioni delle prime. Fenomeni come la delocalizzazione e la concorrenza tra lavoratori sfruttati di paesi diversi possono essere moderati solo a partire da politiche di regolamentazione dal carattere sovranazionale. È solo imponendo, per mezzo di istituzioni comunitarie, i fondamentali diritti umani e le conquiste sindacali in ambito lavorativo in tutti i paesi che, abbiamo l’occasione di creare un mercato del lavoro internazionale già umano e ugualitario che elimini la concorrenza sfrenata e disumana del sistema attuale. La massima <<divide et impera>> dovrebbe servire da monito.

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Gli Stati Uniti invece, con la presidenza di Donald Trump, hanno intrapreso la linea politica dell’America first. Oggi quindi non rappresentano più un alleato affidabile per gli Stati dell’Unione Europea che in qualche modo si stanno allontanando dallo storico alleato. Ad esempio potremmo citare la crisi missilistica coreana in cui, a parte gli Usa, un po’ tutte le potenze mondiali si accordano sulla necessità di raggiungere un accordo e soprattutto evitare i toni aspri. Allo stesso modo è avvenuto recentemente nei confronti della volontà di The Donald di voler stracciare il patto nucleare con l’Iran anche se l’Ue e gli altri paesi del Consiglio di sicurezza dell’Onu si sono detti contrari. Donald Trump si è posto come un outsider nel corso della campagna elettorale alla presidenza degli Stati Uniti ma si è pur sempre candidato dalla parte dei repubblicani in fermo contrasto con le politiche “democratiche” di Obama che forse, può essere considerato una eccezione, un’eccezione che conferma la regola. Inoltre l’ex presidente non rappresenta nemmeno un unicum nella storia recente degli States. Le due presidenze di Obama possono essere paragonate, per alcuni aspetti, alla presidenza di Carter tra il 1977 e il 1981. Vediamo quelli che sono gli aspetti in comune e come Reagan e poi Trump possono essere considerati come l’antitesi ad uno spiraglio di umanità aperto da questi due presidenti democratici.


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La modernità diffusa


Dato che questo capitolo era troppo lungo, ho deciso di dividerlo in due parti.