La modernità diffusa: “Un medioevo all’incontrario?” (2)

La devoluzione della società civile

196300244_da69cd482a_z.jpg


Le considerazioni sulla religione tradizionale e quella nel progresso, non sono altro che delle riflessioni su determinazioni particolati di uno stesso processo. Possiamo descriverlo a partire dal paragone con il fenomeno della devolution di uno Stato unitario verso il modello federale. Oggi la società civile, in cui l’uomo moderno sceglie di autorealizzarsi, sta subendo un processo di disintegrazione con la produzione, da un unico e comprensivo universo di senso, di vari sub-universi di significato che potremmo definire, nella dimensione sub-nazionale come “territorialismi”. In termini comuni, si stanno sempre più sviluppando delle forme di aggregazione comunitaria con proprie simbologie di senso che non hanno più la “forza” di elevarsi a schemi valoriali universali bensì, rinunciando a tale pretesa (o non avendone la “forza”), coinvolgono solo un determinato numero di individui sempre inferiore al totale. L’esempio lampante si può ritrovare dunque nel mondo del catechismo delle parrocchie ma anche, negli sport e in tutte le altre formazioni di vita associata, i cosiddetti “gruppi della domenica” per intenderci. Anche nel passato alcuni di questi sub-universi di senso esistevano ma, diversamente da oggi, manca una cultura superiore che li comprenda.

La società civile dunque si sta indebolendo nel mentre il significato della sua formazione viene meno. Questa nasce infatti nasce come dimensione, tra la politica e la sfera famigliare, che detiene il compito di influenzare le pubbliche decisioni orientandole verso la risoluzione dei problemi della società. Oggi tutto questo appare il retaggio di un periodo ormai lontano. Sono passati i tempi delle mobilitazioni delle grandi masse di persone, come avveniva nei primi del Novecento, masse di individui che volevano riformare il mondo sociale in cui vivevano. Un ruolo probabilmente marginale, ma in ogni caso da non sottovalutare, lo hanno svolto internet e i social network. Essi infatti, se da una parte possono essere utilizzati come potente mezzo di diffusione di idee e di mobilitazione delle masse, come avvenne nel recente periodo della Primavera araba, dall’altra invece possono anche condurre al processo inverso. In una società, come il moderno Occidente, in cui la sovrastruttura risulta essere così debole, internet e i social contribuiscono ad isolare le persone poiché garantiscono un metodo molto meno “costoso”, in termini generali, per poter in qualche modo esprimere la propria opinione. L’individuo che fatica a trovare stimoli che lo inducano ad essere socialmente attivo, probabilmente sceglierà la via più breve per “assolvere” ai propri doveri e diritti di cittadino. Perché dunque scendere in piazza a sentire ciò che “hanno da dire” i politici quando posso documentarmi online e inviare anche commenti alle pagine Twitter dei suddetti? In una società post-massificazione lo stesso atteggiamento individuale risulta razionalizzato, in un certo senso, per utilizzare un eufemismo, siamo “Individui a risparmio”; purtroppo l’aggettivo è appropriato per delle lampadine elettriche, o per la scelta ottima di una azienda che vuole minimizzare i costi, non per individui che dovrebbero far valere le loro idee. Dobbiamo pensare ad internet e ai nuovi mezzi di comunicazione di massa come dei potenti catalizzatori in una reazione chimica. Se il verso di questa reazione conduce, di per se, alla disintegrazione sociale, questi mezzi ci renderanno ancora più soli.

Possiamo affermare, utilizzando un paragone forse ardito, di vivere un processo di medievalizzazione all’incontrario in cui struttura e sovrastruttura si scambiano di ruolo. Nel Medioevo infatti gli europei per lungo tempo sono vissuti sotto un sistema morale ordinato e gerarchicamente strutturato, il quale individuava i valori fondamentali del vivere comune e i principali centri di potere della società. L’economia invece non era un sistema globale come oggi, nelle campagne vigeva un’economia agricola ben lontana dal mercantilismo che si sviluppava nelle città. Allo stesso modo nei borghi il lavoro artigianale si divideva i varie Corporazioni di arti e mestieri, non esistettero, almeno fino all’avvento delle più importanti famiglie di banchieri fiorentini tra il 1300 e 1400, delle forme di prestito come le intendiamo oggi e che potessero coinvolgere una dimensione sovra-regionale come poi avvenne a Firenze (ma già al limitare del Rinascimento). Se pensiamo ai viaggi nelle rotte commerciali, come la Via della seta, assomigliavano più a delle spedizioni da documentare che dei veri e propri viaggi di affari. La figura di Marco Polo che descrisse l’intera sua esperienza come fosse un “Erodoto dei suoi tempi” (o un Alessandro Magno con la sua schiera di filosofi e studiosi al seguito) ne è un esempio. Il lavoro dunque veniva visto come una necessità umana, come una attività legata alla sussistenza, soprattutto nelle campagne, e certamente lo status sociale non si determinava dai guadagni. I mestieri e le attività più rispettabili non erano quelle che permettevano i maggiori guadagni bensì quelle più legate all’immaginario aristocratico. Nobili si nasceva, non lo si diventava, era ascritto nel proprio sangue. Questi ultimi inoltre, assieme alle gerarchie ecclesiastiche, guardavano di malocchio i nuovi mercanti arricchiti poiché in qualche modo venivano accusati di aver venduto la propria anima al denaro. La ricchezza materiale dunque non era un valore, gli antichi e i pre-moderni non facevano fruttare i propri patrimoni ma gli utilizzavano per comprare o commissionare opere d’arte, realizzare regge, comprare nuove armature per mostrare il loro valore in battaglia e altre attività di questo tipo.

Oggi è invece avvenuto il processo opposto, la società globale appare sempre più identificarsi con i precetti del liberismo, almeno da quando il Capitalismo si è elevato a unico sistema economico mondiale. C’è da chiedersi se questo sia avvenuto a causa della superiorità intrinseca rispetto al rivale sovietico-comunista oppure per processi indipendenti dalla volontà dei governanti. La domanda può essere riformulata in questo modo, il Capitalismo è risultato vincitore perché effettivamente era migliore oppure solo in relazione all’autodistruzione del secondo?, il Capitalismo è veramente un sistema migliore ed è forse possibile affermare, come molti idealisti delle prime ore fecero negli anni ‘90, che la storia umana si è finalmente compiuta oppure, quello stesso posto lo ha conquistato per ragioni puramente “casuali”, solo perché il rivale è collassato prima? In ogni caso oggi abbiamo da una parte l’unità dell’economia e del mercato unico, dall’altra, sempre di più, sia a livello politico che soprattutto della società civile, stiamo assistendo ad una evidente glocalizzazione che si pone in antitesi alla globalizzazione dei mezzi tecnico-scientifici. Dobbiamo dunque porci una domanda fondamentale, è possibile immaginare una comunità in cui la società civile è divenuta società dei consumi e la società, nel significato generale del termine, è unicamente capace di trasmettere valori derivanti dalla sfera dell’economia e del lavoro come, ad esempio, la ricchezza materiale?


Pubblicherò l’intero saggio a puntate, se voleste sostenermi e/o foste curiosi e voleste leggere in anticipo l’intera opera potete acquistarla al prezzo di 2,99€ qui in formato eBook. Vi ringrazio in anticipo 🙂

La modernità diffusa