La modernità diffusa: “Critica della ragione critica” (1)

Critica della ragione critica

Se dovessi ricercare, nel mondo occidentale, un esempio canonico di tale critica, sicuramente mi ricondurrei alle parole di Gesù riguardo alla reticenza di Tommaso nel credere alla sua resurrezione. Tale avvenimento ci viene riportato all’interno del vangelo di Giovanni 20,24-29.

“Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»”

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Se dovessimo dunque tipizzare l’atteggiamento critico dinnanzi alla realtà, lo potremmo individuare nella figura di Tommaso il quale volle toccare le ferite del Cristo risorto nei palmi delle mani e nel costato per poter finalmente credere. Egli è dunque l’incarnazione di quell’atteggiamento che basa le sue dimostrazioni per mezzo dell’esperienza sensoriale, quell’attività non dogmatica per eccellenza. Tommaso è un precursore dell’uomo moderno poiché ragiona come uno dei moderni.

Il pensiero contemporaneo nasce per mezzo della rivoluzione scientifica del 1600 grazie alle scoperte di grandissimi studiosi quali erano Newton, che produsse i tre principi della dinamica o, Galileo Galilei il quale sviluppo il principio di relatività secondo il quale, i principi della meccanica newtoniani sono validi per ogni sistema di riferimento inerziale. Inoltre si svilupparono altre scienze naturali e soprattutto Darwin produsse la teoria dell’evoluzionismo.

Ciò che risulta di grande importanza, ai fini di questa narrazione, non sono le scoperte in sè ma bensì il pensiero che esse hanno contribuito a formare. La riflessione derivante dalle scienze naturali, la quale successivamente si è trasferita a quella sulle forme sociali, contribuendo in massima parte alla nascita della sociologia, è una riflessione deterministica. La fisica meccanica sviluppo la credenza, in questi primi scienziati e ricercatori, che il mondo naturale, visto come un sistema strutturato, fosse alla portata dell’uomo e che potesse essere da noi manipolato a nostro piacimento, come fossimo elevati a dio per le cose della terra mentre, le cose del Cielo, apparivano sempre più astruse e lontane. Tale credenza è il prodotto di un’illusione tipica della fanciullezza di un pensiero ancora non completamente compiuto, il quale aveva la pretesa di razionalizzare l’intero mondo naturale e conseguentemente l’esperienza della vita umana.

La nascita del determinismo avvenne in contemporanea con le opere dei primi pensatori di filosofia politica i quali, appunto, riflettono questo spirito. I contrattualisti, come Locke, Rousseau, Hobbes ecc. erano sicuri che lo Stato fosse opera di un contratto tra gli uomini, un nostro prodotto forgiato per calzare a pennello con le necessità umane, necessità che, per un paradosso di una ragione che pretende il carattere di unica verità, variavano da pensatore a pensatore. Questo paradosso, all’apparenza così scontato (perchè oggi diremmo che è naturale che diversi individui abbiamo diverse idee), possedeva in sé il germe del relativismo. Hobbes metteva al primo posto la sicurezza della vita, Rousseau la partecipazione diretta del popolo nella scelte comunitarie infine, Locke innalzava la proprietà a uno dei diritti fondamentali (insieme alla vita e alla libertà). Ciò che accomunava questi filosofi era l’idea fondamentale che a seguito di un calcolo razionale, preciso e determinato, l’uomo potesse individuare dei principi cardine su cui fondare il proprio vivere sociale.

Un nuovo spiritualismo si stava fondando, fortissimo all’apparenza ma debolissimo nella sua fondamenta, le sue radici erano già infettate dal germe del relativismo eppure, in quei tempi di rinascita, il lume della ragione appariva saldo nella sua indiscussa certezza. Scoperte in ogni campo del sapere alimentavano la credenza dell’élite culturale dell’epoca che, forse, in un tempo indeterminato, l’uomo avrebbe raggiunto uno stadio superiore, un sapere compiuto sotto la bandiera del progresso e della libertà. Eppure questi non erano che piccoli fini intermedi, la Scienza stessa ne faceva da monito ma noi non riuscivamo “ad ascoltarla”. Il sapere scientifico infatti rinuncia alla pretesa di spiegare le cause prime ma, si concentra sulle interconnessioni tra i fenomeni, rinuncia al soggetto per concentrarsi sull’oggetto. La scienza rinuncia alla metafisica, sceglie, per assunto, di non indagare sui perfettissimi ingranaggi della perfetta macchina aristotelica il, primo motore immobile. Al contempo però forgia “i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, e le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta” (Marinetti, Manifesto del Futurismo 1909); un’illusione, una patina di potenza a celarne i suoi limiti.

Nel mondo moderno dunque si è creato l’inganno dell’inganno della ragione. L’uomo ha creduto in qualche modo che attraverso la ragione avrebbe potuto evolvere la propria condizione, creare un mondo perfetto dall’imperfetto che era e superare in questo modo quelle antiquate credenze della religione tradizionale. Il paradosso nasce nel fatto che non si può pensare ad una società senza religione ed infatti, quell’embrione di apparante secolarizzazione che si stava espandendo nell’élite sociale, in realtà, non era altro che la creazione di una nuova religiosità. L’uomo creò una nuova spiritualità credendo che questo fosse invece il pensiero che avrebbe delegittimato la religione stessa. Ma io dico che una religione non può che essere superata solo da un’altra religione, nessun altro sapere è in grado di possedere una tale legittimazione da delegittimare un sapere, la religione, che rappresenta la fondazione ultima di tutti gli altri valori di quel sistema, poiché ne costituisce il senso. Inoltre ritornando ai concetti inizialmente espressi, abbiamo detto che la coscienza della morte e, in un certo senso, della vita stessa necessitano di un vivere sociale per formarsi. Un individuo che non esperisce la morte dei suoi simili, non ne avrà coscienza e potrebbe credere di essere immortale o, in ogni caso, un culto vero e proprio difficilmente si svilupperà. Magari potrebbe adorare il Sole o qualche fenomeno naturale, ma sicuramente non in quella forma con la quale intendiamo la religione. Allo stesso modo però la società necessità della religione per la propria sussistenza infatti, una società che non abbia una spiritualità non possederebbe nessun sistema di valori assoluti. Questo poiché “Dio” non è che la declinazione nell’ambito religioso del concetto filosofico di Assoluto. Un siffatta società non sarebbe nemmeno capace di produrre un sistema di valori comune, per intenderci, gli individui non sarebbero mai in grado di accordarsi nella stipulazione di un qualsiasi contratto, parlando in termini di giusnaturalismo. Lo Stato-nazione moderno, che nasce con la pretesa di sostituire il tradizionale sistema feudale e di essere indipendente nelle sue fondamenta dalla religione – etsi deus non daretur – non è altro che un’altra forma di razionalizzazione. Come emerge dal pensiero di Schmitt, il fondamento della legittimazione dell’autorità dello Stato-nazione non è che il frutto di una decisione. Citando Hobbes: <<auctoritas, non veritas facit legem>>. Il contratto, il processo di burocratizzazione definito da Weber o la teoria sulla sovranità, non sono altro che degli incentivi a credere in quella legittimazione che si fonda sulla irrazionalità di una “decisione”. Come accettiamo di avere fede nella religione, che nel mentre si oggettiva in sue istituzioni e ritualità che ci appaiono qualcosa di altro da noi stessi, così i governi, i parlamenti, l’amministrazione pubblica e il monopolio della coercizione legittima ci spingono a credere in quell’artificio che è lo Stato. Decisione e dogma, fede e volontà sono la medesima cosa.


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