La modernità diffusa: “La religione” (3)

Considerazioni della dialettica vita-morte

muslim_german_bundeswehr_ground_patrol_pray_namaz_1920x1080_46010.jpg


In primo luogo è necessario descrivere quelle che sono le due leggi fondamentali del vivere umano le quali, chiamerò: legge di stato e legge del fine. L’idea in sé della vita, è un concetto puramente spaziale che si può considerare dunque come “stato” ossia, qualcosa che è perpetuamente in essere, che non si modifica. Dall’esperienza della nascita, inoltre, deriva il fatto che ognuno di noi viene al mondo in una forma determinata e specifica che non può essere per sua stessa natura scelta precedentemente. La prima individuazione di tale concetto è di carattere organico e rappresenta il diverso stato di “maschio” e “femmina”. Quando questo viene applicato alla società possiamo parlare di individuo ossia di un entità individuata in una certa condizione o, appunto, stato. Dall’esperienza della morte deriva l’idea che la vita in sé abbia un fine, il quale non significa esattamente che esso sia “sensato” ma, semplicemente, che una qualsiasi condizione deve, prima o poi, avere una fine. Siamo difronte ad un concetto puramente temporale. Tale compimento inoltre, appare quale necessario nel senso di inevitabile, ineluttabile. Queste caratteristiche dunque, vanno a modificare quelle precedentemente definite. Uno stato con un luogo e un tempo diventa “esistenza” e un individuo con un fine, inteso come compito da svolgere, diventa un “ruolo sociale”. Notate il fatto che stiamo procedo su un doppio filo di analisi, il concetto esistenziale viene declinato a livello sociale.

Questa dialettica fondamentale, inoltre, definisce anche una disuguaglianza esistenziale la quale, può essere definita come una caratteristica intrinseca della nostra esistenza che determina l’esservi di tutte le altre forme di disuguaglianza poiché, non può essere in alcun modo “corretta”. Stiamo dunque parlando del fatto che ogni essere umano nasce e muore diversamente e nulla può essere fatto a questo scopo. Tale ragionamento ha valore anche per la condizione di maschio/femmina. Se dunque noi non abbiamo per natura la libertà pura, allo stesso modo non possiamo nemmeno avere la uguaglianza reale, entrambi questi concetti si realizzano solo su un piano ideale. Ci tengo a precisare che questo mio procedere in maniera astrusa, quasi ideale, è dato dal fatto di voler individuare alcune cause prime le quali non necessariamente si riscontrano nell’esperienza comune. Nessuno di noi si porrà mai la domanda di come la propria morte sarà diversa da quella degli altri ( anche se, ad onor del vero, alcuni si chiedono perché non sono nati maschio/femmina e viceversa) ma questo, è quel principio di disuguaglianza da cui idealmente dipendono quelle “reali” poiché ci mostra che almeno un fattore della nostra vita non è sicuramente eguagliabile a quello degli altri.

L’Alienazione: tra libertà ed uguaglianza

maxresdefault.jpg


Non si è però ancora parlato di quella specifica funzione che permette l’uomo di dare un senso alla sua esistenza. Questa prende il nome di funzione alienante. L’alienazione dunque è una caratteristica intrinseca dell’uomo il quale, pone se stesso in una prospettiva capace di trascendere la sua natura contingente. Nella pratica essa consiste nel creare un insieme strutturato di credenze che possa trasformare la morte in una sorta di “rito di passaggio” verso un mondo idealizzato dove l’uomo, possa realizzare ciò che non può nella sua esistenza reale e in primo luogo la libertà la quale, però, non può non esservi se non coadiuvata dalla uguaglianza.

In un primo luogo la libertà è l’unico mezzo per “non agire in vano”. La determinazione nel mondo contingente si potrebbe pensare come quella di un pappagallo rinchiuso in una gabbia di ferro. L’animale avrebbe la libertà apparente di volare anche dentro la gabbia, ma infondo, che senso avrebbe volare senza poter arrivare al cielo? Allo stesso modo, per quale motivo l’uomo dovrebbe voler condurre un’esistenza attiva sapendo che, infondo, nulla può in prospettiva decidere riguardo alle sue questioni esistenziali? Ad esempio, che senso avrebbe andare all’ospedale per curarsi sapendo che, prima o poi, una legge superiore alla nostra volontà deciderà per noi il tempo e il luogo necessari della fine della nostra vita? Provatevi a mettere nei panni di un maiale al macello, se questo improvvisamente avesse coscienza di quanto gli accadrà, non qualche istante prima, ma, fin dalla sua nascita. Con che forza e volontà il maiale potrà mai decidere di nutrirsi e vivere la sua “vita da maiale”?

La libertà però necessità del concetto di uguaglianza per realizzarsi poiché infatti, il libero arbitrio nel mondo della disuguaglianza equivarrebbe alla libertà di uno e l’obbligazione del resto. Infatti essa sarebbe la “libertà del più libero” che imporrebbe, in maniera simile al concetto di potenza di Weber, il proprio valore di libertà ai “meno liberi” creando quel paradosso, tipicamente totalitario, di una società fondata sull’egualitarismo nell’asservimento. Questo però ci porta anche alla conclusione di questa digressione, conclusione che si pone in completa antitesi all’idea di Tocqueville secondo cui l’uomo democratico preferisce perdere la libertà per mantenere l’uguaglianza seppur nella comune obbligazione. Questa è una illusione poiché nasconde invece quella che è la radicalizzazione di una disuguaglianza. Infatti nello Stato autocratico la disuguaglianza è tale che un singolo individuo ha un valore intrinseco maggiore della somma di tutti gli altri e la libertà di poter decidere della vita di tutti. In conclusione questi due concetti sono legati uno all’altro senza possibilità di alcuna riserva e, allo stesso modo, sono entrambi irrealizzabili come ideali realizzati nel mondo reale.

La funzione alienante consiste nel fare della morte un rito di passaggio. L’uomo pone i valori di libertà e uguaglianza, che tra loro sono coadiuvanti, in una costruzione significativa che possa realizzarli in una dimensione assoluta e dunque trascendente, poiché senza alcun legame con la realtà esperibile. L’immagine più vicina di questa dimensione è il mondo delle idee il quale è, per sua stessa natura. completamente altro dal mondo contingente. Allo stesso modo però non dobbiamo illuderci di poterlo dimostrare con fatti e prove poiché, non esistono fatti e prove di qualcosa che non esiste hic et nunc ossia, che non ha né un tempo né un luogo in questa realtà. Ricapitolando l’umanità ha dunque scelto di decorare i muri della propria cella. Inizialmente incidendo semplici pitture rupestri negli antri della caverne e successivamente attraverso i grandiosi affreschi dei pittori rinascimentali. Quel recinto che è la nostra vita è stato innalzato a luogo di culto, dai templi greci dalle imponenti colonne alle cattedrali gotiche che si innalzano su, sempre più in alto, verso il cielo. Lì, in quei luoghi sacri simbolo della nostra vita nelle sue fondamentali domande esistenziali, noi ci siamo riparati e protetti. Abbiamo trasformato le nostre gabbie in degli alberghi di lusso su cui sostare in attesa della vita ultraterrena. Avevamo timore e paura del mondo naturale che intanto continuava il suo corso; un mondo spesso incomprensibile nella sua intrinseca irrazionalità. Un giorno, non ben definito, qualcuno ha scoperto questo “Mito della caverna” platonico. L’ha potuto smascherare solo dopo aver scelto di varcare l’uscio della propria cella credendo finalmente di “essere libero”. Storicamente diremmo a seguito dell’essere stato cacciato dalla propria patria perché quella casetta che si era costruito non rispecchiava quella di tutti gli altri, fuori dalla metafora stiamo parlando delle “Guerre di religione” che tra le varie conseguenze hanno portato all’emigrazione di centinaia di persone verso il Nuovo mondo. Quella libertà dalle catene e imposizioni della società di cui parlava Rousseau che con tanta invidia guardava alle esotiche tribù indigene dei paesi più lontani. Eppure, quelle alte mura dei nostri antichi luoghi di culto, in qualche modo ci proteggevano da un nemico ben peggiore di loro stesse.

La libertà primitiva e primigenia è uno spirito puro e indomito. Non si obbliga a ragione ma è fortuna, sorte, casualità: la libertà che rende conto solo a se stessa. Pura irrazionalità.