La modernità diffusa: “la religione” (2)

La dialettica esistenziale

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La dialettica esistenziale nasce come una metodologia per cercare di capire il senso alla base della vita di ogni di ogni uomo. Solo attraverso questa fondamentale riflessione possiamo capire veramente quale sia la funzione stessa della società poiché, in ultima analisi, ognuna deve rispondere a queste problematiche prima di ogni altra. Per introdurre questo concetto, è in primo luogo necessario riflettere sugli aspetti comuni a tutti gli individui, quelle determinazioni necessarie del vivere umano.

Le caratteristiche comuni a tutti gli individui sono essenzialmente tre elementi che tra loro formano una dialettica esistenziale: il fatto che ognuno di noi nasca, muoia e ne abbia coscienza. Da questi dati di fatto emergono alcune concezioni fondamentali che caratterizzano il nostro pensiero. Prima di passare a queste concezioni, intendo precisare che con “caratteristiche comuni” intendo quelle che appartengono sicuramente a tutti gli uomini. Ognuno di noi, ad esempio, può provare emozioni ma, quelle stesse emozioni, non si può dire che siano le stesse per tutti allo stesso modo. Inoltre, la capacità di provare emozioni è data dal fatto che possediamo una coscienza, è una sua determinazione specifica. Dunque, cosa caratterizza il nostro pensiero?

In primo luogo nessuno di noi decide di voler nascere. Questo porta all’idea di condizionamento e costrizione, vi sono infatti delle entità “superiori”, i genitori, che condizionano la nostra scelta fondamentale ovvero, quella di scegliere in merito alla nostra nascita. L’esperienza della morte, inoltre, crea nelle menti l’idea di necessità, intesa come fine necessaria di ogni uomo. Di questa dialettica, per ora incompiuta, la nascita è considerabile, essendo temporalmente anteriore e ponendosi come condizione sine qua non alla morte, come la tesi. Quest’ultima, dal suo canto, è l’antitesi. Se l’esistenza si riducesse a questi due momenti, essa sarebbe solo esistenza; un po’ come per le macchine o i processi naturali: svolgono la loro funzione per poi cessare ogni attività. Nel caso specifico l’uomo si riprodurrebbe, per quanto possibile, per poi lasciarsi morire così come fanno i salmoni maschi. Ciò che ci distingue invece dalle macchine e dagli esseri naturali è il fatto che noi abbiamo coscienza di ciò che ci circonda e dunque, coscienza della nostra vita e della morte. Inoltre, questa coscienza appare saldamente strutturata nella nostra mente a dispetto anche degli animali più “intelligenti”. I maiali, senza ombra di dubbio, sono consapevoli, durante i minuti che precedono il macello, della loro fine imminente. Questi però non sembrano curarsene durante la loro esistenza, per loro la morte assomiglia più alla nostra concezione di pericolo. La coscienza produce in noi il terrore della morte, una sensazione di ansia per qualcosa di futuro che non possiamo controllare o evitare. Senza la religione, la morte è l’evento irrazionale per eccellenza.

Tale coscienza produce in noi l’idea di condizionamento e necessità ma soprattutto, il fatto che appena questa macchina, che è l’uomo, viene dotata di riflessività, essa subisce istantaneamente una crisi di senso. Se infatti introduciamo la coscienza nella dialettica essenziale, questa nega la vita attraverso il pensiero della morte, la “non vita”. Dobbiamo dunque trovare la sintesi e tale ricerca ha caratterizzato l’intero cammino dell’umanità durante ogni sua fase. Tale ricerca è però strettamente sociale infatti, un individuo che per caso fosse abbandonato e vivesse completamente solo non avrebbe mai l’esperienza diretta della vita, nella forma da noi intesa, né tantomeno della morte. L’uomo deve trovare quel modo per cui la morte dia senso alla vita, non il contrario, e dunque, quella sintesi che liberi l’uomo dal condizionamento necessario della contingenza. La religione, al contrario di quanto si possa pensare, è il primo tentativo dell’uomo di razionalizzare un evento irrazionale. In ogni caso, mi duole dirlo, l’intrinseca irrazionalità del vivere umano si riflette nella religione stessa che, spogliata dei suoi graziosi orpelli, si riduce infine ad un dogma, la fede non ha e non può avere ragione.

Questa sintesi si ritrova in due “sensi” all’interno della coscienza dell’uomo ossia, da una parte, è attraverso il pensiero che noi vi giungiamo, dall’altra, è nel pensiero stesso che si ritrova, o meglio, nel fatto che l’uomo è capace, attraverso la sua mente, di sperimentare per la prima volta il concetto di “assoluto” inteso come completamente sciolto dai legami con il mondo contingente. Esso è il mondo delle idee. Producendo una tipizzazione di quanto detto, è l’esperienza del “trascendente”, come luogo assolutamente slegato dalla realtà, in cui l’uomo sperimenta per la prima volta il sentimento di libertà; sentimento che è alla base del senso umano poiché permette di superare il condizionamento e la necessità. La coscienza dunque permette all’individuo di uscire da un automatismo vita-morte e produce la dialettica che può rendere l’uomo libero e sensato oppure succube e non sensato.

Lo spiritualismo nasce quindi per risolvere la crisi di senso e, si risolve nella speranza dell’uomo di poter, dopo la morte, vivere una vita in una nuova dimensione trascendente che trasporti l’esperienza di libertà percepita nel pensiero in libertà dalla costrizione della vita e dalla necessità della morte. Tutte le religioni infatti, prevedono che sia l’uomo con le sue azioni a guadagnarsi l’accesso a questa dimensione nella quale, non vi è la morte. La religione nasce dunque come autodeterminazione, intesa sia come volontarismo sia come libertà di scegliere il fine della nostra vita ultraterrena che, nella maggior parte dei casi, è la felicità. La religione non rappresenta però una “libertà pura”, questo si scontrerebbe con quanto detto fino ad ora, la libertà pura infatti non si può ottenere nel mondo contingente. Stiamo parlando di una forma mediata che prende il nome di “libertà di obbligazione”, la libertà di obbligarsi ad una specifica ritualità e sistema di credenze che in qualche modo “prometta” di condurci verso il mondo della vita ultraterrena ed ottenere la pura libertà.

Se però crediamo che tutto ciò sia vero, ci illudiamo; la religione è un inganno della coscienza che, permettendoci di pensare all’assoluto, ci spinge a credere che possiamo ottenerlo anche in una vità “reale”, dopo la morte. In realtà tutto ciò non è dimostrabile poiché, non possiamo dimostrare con i mezzi a noi disponibili, quelli del mondo contingente, qualcosa che è completamente altro. La nostra dimostrazione può essere solo a livello di semplice coscienza di esso, nel senso di “sensazione” che qualcosa vi sia oltre al mondo terreno ma non di certezza, una fede. La religione è il sapere dogmatico per eccellenza. In ogni caso l’uomo si è illuso per la maggior parte della sua storia; altre volte ha creato strutture di pensiero che rispondessero a questa dialettica in maniera inconscia come, ad esempio, Hegel per quanto riguarda lo spirito assoluto (cammino che infatti lo stesso filosofo interpretava come cammino di libertà dello spirito).

È, in ultima istanza, grazie al pensiero e alla coscienza che oggi l’umanità ha una sua “cultura”. Grazie al pensiero l’uomo ha potuto “pensare” a qualcosa di altro dalla vita su questa terra. Proprio da questo pensiero sulle domande esistenziali che sono nate le prime mitologie atte a darne una risposta. La dialettica vita-morte è dunque la fortuna dell’evoluzione stessa del nostro pensiero. L’uomo sapiens, e la sua evoluzione l’uomo sapiens-sapiens, si caratterizzarono dai nostri antenati ominidi proprio perché seppellivano i loro morti. Questo atto, apparentemente scontato, fu a mio parere fondamentale. I riti funebri sono una diretta coscienza della morte e aprirono le porte a cambiamenti radicali nell’uomo. Come la scoperta del fuoco può essere considerata una delle cause della nascita della “famiglia” poiché, gli individui si aggregavano attorno ad esso per socializzare e ripararsi dai predatori, così i riti funebri segnarono la necessità per gli individui del tempo di tramandare la loro esistenza ai posteri. Fu grazie alla morte e, più propriamente, come reazione ad essa che aedi, cantori, la bellezza della cultura e, in ultima istanza, la vita sono potute sbocciare nella forma in cui ci sono giunte. La cultura è razionalizzare l’irrazionale della vita umana, un potente meccanismo di difesa della coscienza umana.


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