La modernità diffusa: “La religione” (1)

La religione e la sua funzione esistenziale

Esistenza


Una società è positiva quando riesce a compiere la sua funzione esistenziale, quella di dare un senso alle vite degli individui che la compongono. Quando questa funzione non viene svolta, ogni società è destinata a produrre forti crisi di senso all’interno della coscienza dei singoli. A questi si prospetta l’abisso di una condizione di apatia anomica nei confronti del contesto sociale in cui vivono poiché, essi faticano ad identificarvisi. Questo può indurre a stati depressivi e condurre, nei casi più gravi, ad atti disperati come il suicidio stesso. Tale dinamica venne descritta da Durkheim nell’opera sul suicidio.

Ogni società dunque deve essere capace di individuare la vita dei singoli individui all’interno di un sistema culturale strutturato di credenze e istituzioni che possano, in primissimo luogo, giustificare l’esperienza della morte e renderla qualcosa di “accettabile”. Un’entità con cui ognuno possa convivere in serenità. La vita infatti ottiene significatività solo attraverso la sua negazione (a patto che essa venga inquadrata all’interno di uno schema generale che in qualche modo possa sintetizzare le due esperienze in un “senso”).

Pensandoci bene infatti, la vita in sé sarebbe un’infinità senza una fine, qualcosa di angoscioso come una sorta di brutto sogno infinito. L’azione in se stessa ha senso solo se è condotta verso uno scopo che coincide con la sua fine. Chi dunque batte le mani solo per la volontà di batterle? L’uomo che vivrà per l’infinità si sarà presto annoiato, ben prima di approssimarsi nemmeno lontanamente a questa eternità. Ritengo infatti che l’uomo è un essere “progettato” per essere finito. Non disponiamo di una realtà capace di indurci stati estatici così intensi da poter sperare nella loro infinita, come potrebbe essere la beatitudine del paradiso dantesco, prima o poi tutto ci sembrerà troppo ripetitivo e noioso. Facciamo un altro esempio. Una persona veramente ricca, dopo aver vissuto per qualche tempo sfoggiando il proprio benessere, vestendosi con abiti di lusso e, magari, possedendo diversi oggetti costosissimi, col passare del tempo tenderà a mettere in secondo piano questa ricchezza perché, come dire, non avrà più nulla di interessante da offrigli.

Possiamo concludere quindi che la morte, interpretata in una visione di pensiero che sappia in qualche modo trascenderla, da nuova vitalità alla vita stessa rendendola degna di essere vissuta. Per questo scopo, dunque, nasce la spiritualità religiosa la quale, deve risolvere questa dialettica esistenziale della specie umana.

Quando questa spiritualità si oggettiva in delle forme ben precise assumendo istituzioni e ritualità sue specifiche allora, si può parlare di religione. La religione è il vertice di senso per ogni società umana. Quando si dice che dall’epoca moderna fino al periodo a noi contemporaneo la religione è stata combattuta e confutata da altre forme di sapere, stiamo commentando un errore di forma viziato dal fatto che la nostra idea di religione è particolare e ridotta ai culti monoteisti-spiritualisti odierni. In particolare modo, quando si parla di occidentale, si fa quasi sempre riferimento a “religione” come sinonimo per “cristianesimo”.

Oggi domina un’altro tipo di spiritualità che è profondamente inadeguata e conduce a forti crisi di senso negli individui poiché, non è capace di risolvere la “dialettica esistenziale” dell’uomo che si trova sempre più “solo” difronte al mondo.


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