Dr. Jekyll & Mr. Hyde di oggi…

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Il caso di Dr. Jekyll e Mr. Hyde” (R.L.Stevenson) è uno dei racconti gotici più famosi del XIX Sec. Il racconto parla di un medico, Dr. Jekyll, il quale produce una pozione la quale gli permette di trasformarsi nel suo opposto, Mr. Hyde. Se il primo rappresenta l’ideale puro del positivismo vittoriano di metà ‘800, il secondo ne è l’altra faccia della medaglia. Il mostro, Mr. Hyde, è la rappresentazione fisionomica dell’ipocrisia della società inglese, l’ipocrisia che si nasconde dietro al velo dell’ottimismo dell’età vittoriana. Dietro le false opere di beneficenza dei ricchi facoltosi, si celava la discriminazione e il rifiuto di ogni contatto verso i più poveri, alla base della gerarchia sociale, etichettati come “lazy people” (persone pigre).

In sostanza era avvenuto un processo di “adiaforizzazione” verso questi ultimi i quali venivano considerati alla stregua di sub-umani e dunque fuori dalla sfera del giudizio morale (ecco il significato del termine precedente). Nella sostanza ciò significa che si venne a creare un’ulteriore giustificazione morale che potesse legittimare la privazione di ogni vincolo morale nei confronti di queste persone. In questo venne in aiuto la confessione protestante la quale, come spiega bene Max Weber, si forma sull’assunto che i giusti sono tali perchè precedentemente scelti ed eletti da Dio fin dalla nascita. Il calvinismo inoltre affermava che i giusti si potessero anche “scovare” tra la gente guardando al loro successo nella vita dal punto di vista lavorativo. Insomma il solito mantra del tipo: il potere è nelle mani dei ricchi e i ricchi devono avere il potere. Tale ideologia andava quindi a giustificare ogni abuso dei più elementari diritti umani e lo sfruttamento di queste persone ad iniziare dal mondo del lavoro in cui, addirittura, inizialmente i contratti degli operai erano “a chiamata” ossia giornalieri, ciò precludeva ogni possibilità di riscatto sociale tramite il lavoro il quale rimaneva solo in funzione dello sfruttamento e dell’arricchimento dei pochi nascenti capitalisti di fine ‘800.

Allo stesso modo si giustificava il più becero abuso all’intero delle “case di lavoro”, le “workhouses” nelle quali venivano posti coloro che non riuscivano a provvedere al loro sostentamento, e negli orfanotrofi dove, questa volta, venivano posti a lavori forzati anche i bambini ( lo stesso Charles Dickens da piccolo fini in uno di questi “luoghi di reclusione” e ne parlerà nelle sue opere). Ciò che però va compreso è che la situazione era tale non perchè queste persone fossero pigre ma perchè il sistema sociale era fatto su misura affinché tale povertà venisse a perpetrarsi nel tempo. Inoltre lo sfruttamento, in particolare nelle case di lavoro, era giustificato anche dal fatto che si andava affermando il mantra che fosse meglio far lavorare la gente così che questa potesse auto-sostentarsi piuttosto che provvedere passivamente alla loro persona. Questo ragionamento è assolutamente condivisibile ma solo alle giuste condizioni poichè si deve anche garantire che queste persone attraverso il lavoro ottengano anche l’indipendenza e non solo il giusto necessario per sopravvivere. Anche ad Auschwitz l’insegna riportava l’affermazione: “il lavoro rende liberi“…

In sostanza il sistema di statica sociale, quello atto a mantenere lo status quo, si componeva di due processi complementari:

  • Produzione continua e sfruttamento della forza lavoro
  • Creazione delle condizioni etico-morali necessarie al perpetrarsi della gerarchia sociale e dello statu-quo.

Da una parte lo sfruttamento generava l’impossibilità di ottenere l’indipendenza per mezzo del lavoro, dall’altra si offrivano quelle giustificazioni necessarie affinché nessuno mettesse in discussione la piramide sociale.


Dr. Jekyll & Mr. Hyde di oggi

Il paradigma di “Dr. Jekyll & Mr. Hyde” si può ancora senza dubbio applicare per decifrare il mondo contemporaneo. Un tempo lo sfruttamento avveniva tra la borghesia e il proletariato, il quarto stato, oggi questa relazione si è spostata tra quest’ultimo e quello che definisco il “quinto stato”, il “nuovo proletariato”, insomma: gli immigrati. Un tempo la borghesia additava la causa della degenerazione dei valori a quella parte di popolazione che, giunta dalle campagne a seguito dei processi di urbanizzazione, era stata accolta in una nuova dimensione secolarizzata e industrializzata che essa stessa per prima toglieva loro la loro umanità rendendoli schiavi delle fabbriche. Essi, in effetti, vivevano come “sub-umani” (se volgiamo utilizzare questo termine per definire uno stile di vita non conforme a quello che “si addice a”…) ma sicuramente non per loro indole bensì perchè costretti.

Non trovo molte differenze con i lavoratori del terzo mondo e nemmeno con il ragazzo che ogni tanto trovo frugare tra i sacchi di immondizia nella strada accanto a casa. Il fatto è che queste visioni degradanti imbruttiscono il nostro vivere quotidiano e ci pongono difronte a dei problemi, crisi socio-umanitarie, cui, prima o poi, dovremo fare fronte. Fatto ancora più importante è capire che queste vicende, che contribuiscono ad erodere quella patina di normalità che ci protegge e contribuisce a creare la nostra ordinaria e tranquilla vita quotidiana, non sono delle cause ma degli effetti.

Non sono i migranti che “vengono qua” per rovinarci la vita, bensì sono costretti a venire qua perchè la loro vita, per prima, è stata rovinata!

Come un tempo il capitalismo della prima industrializzazione aveva prodotto questo ammasso di lavoratori sottopagati, sfruttati e denudati di ogni umanità all’interno dei nascenti Stati nazione, così oggi il capitalismo imperialista contemporaneo crea un flusso di disperati che scappano dai loro paesi di origine per cercare un futuro migliore. Un tempo vi erano dei flussi migratori interni ai paesi di gente che dalle campagne, a causa dell’industrializzazione (che stava soppiantando il lavoro artigianale e famigliare), si spostava in città per trovare lavoro e migliori condizioni di vita. Allo stesso modo accade oggi che l’economia e la politica internazionale hanno prodotto quelle condizioni di sfruttamento dei territori, della popolazione e quei conflitti derivanti dalla decolonizzazione – altro problema da NOI creato- che spingono queste persone ad emigrare. Ci sarebbero veramente tante cose da dire, anche rispetto al panorama Sud Americano e la crisi degli immigrati negli Stati Uniti.

Potremmo riassumere tutto questo in tale modo: dalla coercizione mediante l’uso della forza, durante il periodo degli imperi coloniali, si è sostituita, nel tempo, la coercizione economica.

Formalmente regimi come l’apartheid sono stati aboliti più o meno ovunque nel mondo, sostanzialmente no. 

Arrivando alle conclusioni, come un tempo la borghesia – che aspirava ad ottenere lo stesso riconoscimento sociale degli aristocratici- si vedeva bene di mantenere le distanze dal proletariato – che rappresentava l’ultimo gradino della piramide sociale-; così oggi quest’ultimo si guarda bene mescolarsi con il “quinto stato” aspirando ancora, in maniera così miope, a quell’ideale piccolo-borghese novecentesco. In parole povere il “sogno americano” non esiste più, mettetevelo bene in testa. Ci sono americani bianchi degli Stati Uniti centrali che ormai vivono sotto la soglia della povertà ma che si ostinano a credere nella “supremazia bianca” in cerca di un riscatto sociale ormai perduto.

Il fatto è che i flussi migratori, il “nuovo proletariato”, non sono causa ma l’effetto più evidente di un processo che si è costituito a partire dalla globalizzazione e la terza industrializzazione. É l’economia che ha seminato le condizioni necessarie per il perpetuarsi di questo fenomeno il quale non si fermerà solo perchè costruiamo un muro. Chiudendoci nei nostri piccoli porti  non facciamo altro che contribuire alla proliferazione delle cause che contribuiscono maggiormente al problema, in primo luogo l’individualismo.

La società contemporanea si fonda su un paradosso: problemi sempre più grossi da risolvere con mezzi sempre più piccoli.

La globalizzazione e la terza industrializzazione richiedono soluzioni condivise mentre noi ci ostiniamo a pensare come singoli individui e/o Stati. Tutto questo non a caso ma, riprendendo la teoria della materialismo storico, è di norma che la struttura – il capitale- preceda i mutamenti sovrastrutturali, quelli relativi al pensiero e ai rapporti di produzione. In parole povere l’Occidente si comporta differentemente da come pensa: la realtà è la globalizzazione ma noi ci ostiniamo a pensarla come duecento anni fa, all’epoca d’oro degli Stati nazione.

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