La modernità diffusa: “Prefazione”.

La modernità diffusa

È un’amara dolce malinconia, la mia, si intende. Alla vista è d’oro come il passato ma, quando la si assapora, non sa d’altro che di vecchio. Mi rende sognatore di cose “vicinissime”, al tatto così lontanee remote. È un adagio sulle corde di uno pianoforte, un lamento senza grido (09-10-2017).

Dedicato ai miei genitori Francesca Tombari e Massimo Borgacci per avermi insegnato a credere in me stesso, dedicato a mia nonna Giuseppina Boiani per avermi trasmesso l’amore per la storia, il sapere e la cultura. 
 Nisi haec vita, tunc altera.


Sommario


4 Prefazione
9 La società della “modernità diffusa”
31 La religione e la sua funzione esistenziale

  • 34 La dialettica esistenziale

  • 39 Considerazione della dialettica vita-morte

  • 41 Alienazione: tra libertà e uguaglianza

46 Critica della ragione critica

  • 51 L’ideale nel reale, un’alienazione imperfetta
  • 54 Il lascito delle guerre mondiali
  • 57 Il tabù della morte, la giovinezza come valore


60 Un Medioevo all’incontrario?

  • 65 La devoluzione della società civile

  • 70 Un’ulteriore riflessione sulla crisi degli Stati sovrani


80 La società dei consumi

  • 83 Dal welfare al neo-liberismo
  • 88 Considerazioni sul mondo studentesco, il “Manifesto Powell”


95 L’evoluzione della politica

  • 95 Il sistema di notabilato 

  • 96 Il passaggio alla politica di massa

  • 100 Il circolo vizioso della politica contemporanea


111 Epilogo: “Il mondo dei nostri figli”

  • 111 Dalla famiglia al sistema partitico

  • 116 I danni dell’epoca della “modernità diffusa”

Prefazione

Avevo circa dieci anni quando per la prima volta ho iniziato ad interrogarmi sull’esistenza di Dio cosicché già al tempo della comunione avevo seri dubbi sulla mia fede. Credo che tutto ciò, più che una conseguenza delle scelte dalla mia famiglia, considerando il fatto che, specialmente nonna, sono molto credenti, sia stata la conseguenza di quanto ero solito vedere alla televisione da bambino. Paradossale è che prima di iniziare a guardare i cartoni animati durante il periodo delle medie, spinto dal fatto che i miei amici ne parlavano a scuola, io abbia visto molti documentari anche, e soprattutto, di natura scientifica. La società mi ha cresciuto insegnandomi che oltre al nostro mondo ve ne sono una infinità non numerabile e a ringraziare Giordano Bruno e Galileo Galilei per averlo dimostrato, non a condannarli. Allo stesso modo di tante altre scoperte scientifiche come il Big bang e la stessa bellezza delle galassie, delle stelle di neutroni e dello spettro di colori riflesso in un cristallo. Ho ammirato con gli occhi delle telecamere dei cameraman di Discovery Channel la grandiosità del nostro pianeta e la sua biodiversità, dalla tundra ghiacciata alle foreste amazzoniche. Fin da piccolo conoscevo la teoria dell’evoluzionismo di Darwin, che siamo tutti figli degli stessi ominidi nell’Africa subsahariana, non mi è stato certamente insegnato a temere il multiculturalismo.

Per una serie di fortuite coincidenze mi sono appassionato alla storia, già prima di studiare la Seconda guerra mondiale alle medie sapevo come sarebbe andata a finire. Ho sempre pensato che la storia, al di là del pensiero comune, sia la materia, o una delle materie, più importanti perchè ci insegna a vedere le analogie tra gli eventi passati per ipotizzare quelle degli eventi futuri ma anche a saper vivere nel presente. Sfortunatamente, per un paradosso della stessa umanità credo, un po’ come gli antichi, che la Storia non sia altro che un ciclo di morte e rinascita e che poco possiamo fare per evitare certi eventi che a volte sembrano travalicare le stesse volontà dei singoli. Per citare un esempio eclatante, la guerra tra Prussia e Francia del 1870 non è stata causata dalla volontà dei singoli imperatori ma bensì, per la gran parte, dall’astio tra i popoli a seguito delle conquiste napoleoniche e dalla volontà di un singolo, Bismarck, di giungere alla guerra inviando una lettera falsa al suo stesso imperatore per convincerlo a scendere in battaglia. Ma come in tutte le cose non possiamo averne la certezza, dobbiamo sempre sperare che, almeno per una volta, saremo capaci di evitare quella guerra, il genocidio di quel popolo piuttosto che la crisi umanitaria in quel paese.

Tornando alla mia passione per la storia, mi sono reso conto che, sul finire delle superiori, ero diventato “espertissimo” di avvenimenti come la Prima o la Seconda guerra mondiale, di Napoleone o Garibaldi piuttosto che la caccia alle streghe nel Medioevo e il fascismo in Italia, sapevo tutto questo ma non sapevo nulla del presente e così tutti i miei compagni, la nostra “storia” termina il 2 settembre 1945 con la disfatta dell’Impero giapponese. Con questo intendo, quella parte di storia che viene “raccontata” alla scuola dell’obbligo, fino alle superiori. Veniamo educati a pensare che siamo la progenie dei vincitori, nel 1945 la democrazia, la libertà, hanno trionfato sui fascismi, noi rappresentiamo il popolo eletto, gli Occidentali. Più per un fatto di curiosità che di messa in dubbio di questo mito, che altro non è che una ideologia (come tante prima di essa), ho deciso di prendere la via degli studi internazionali all’università. Volevo finalmente avere un pensiero, una idea, un qualcosa, anche solo una opinione sul mio presente. Non per criticarlo a forza, non era questo il mio intento, la curiosità nasceva dal fatto che mi resi conto che la maggior parte delle persone comuni non sanno nulla di quasi cento anni della storia più recente, questo è un paradosso per una società che vive nel presente.

Così studiando e informandomi con mie letture ho iniziato lentamente a capire che oggi, come ieri e forse domani, stiamo vivendo una nuova forma di ideologia sottile. Una ideologia profondamente pervasiva, un vero e proprio inganno della ragione alle nostre menti. In ultima analisi sono convinto che il vero motivo per il quale io abbia sentito la necessità di indagare sulla società contemporanea nasce dalla mia continua e costante sensazione di vuoto, di mancanza. Ne ho scoperto la causa e riflettendoci sono giunto alla conclusione che è un sentimento comune a molte persone oggi. In maniera assolutamente approssimativa l’aumento dei tassi di suicidio un po’ ovunque nei paesi industrializzati può esserne un indicatore. La mia ipotesi è che la stessa società, che ho definito della “modernità diffusa”, ci spinge ad essere sempre meno autorealizzati e sempre più infelici.


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