I migranti sono il nuovo “Quinto Stato”

Carbonari

I “moti del ’48” segnarono la nascita della “questione sociale” ovvero: l’ingresso del “quarto stato“, il proletariato, nelle dinamiche sociali con la sua pretesa di ottenere una propria rappresentanza. Prima di questo, anche il “terzo stato” – la borghesia-  aveva espresso le proprie rimostranze in maniera rivoluzionaria, la “Rivoluzione francese” e la nascita dell’Assemblea nazionale ne sono l’esempio più evidente. Questi gruppi organizzati di rivoluzionari spesso erano inizialmente considerati “fuori legge”, un esempio sono i “carbonari” in Italia durante gli anni ’20, ricordatevi molto bene inoltre che questi erano anche e sopratutto membri dell’esercito.  Lo stesso Marx, incalzato dalle forze di polizia prussiane, dovette andarsene dal paese in Francia e poi in Inghilterra dove pubblicò, infine, “Il Capitale” nel 1867. In particolare, i moti degli anni ’48 si distinsero per l’apporto fondamentale di lavoratori – i proletari- e gli studenti universitari come avvenne a Vienna il 13 marzo.

Ciò che mi preme sottolineare è che questi individui, oggi considerato dei patrioti – soprattuto in Italia dove, grazie alle ondate rivoluzionarie del ‘800, si giunse infine all’unificazione- al tempo erano considerati dei violenti e pericolosi briganti, oggi useremmo il termine “terroristi“. Non è un caso che il termine deriva infatti dal “regime del terrore“, quello del biennio 1793-94 in Francia, il quale rappresentò una particolare fase della rivoluzione francese in cui la fazione dei “giacobini” salì al potere.

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I Giacobini, sotto la direzione di Robespierre, iniziarono ad eseguire processi ed esecuzioni di massa nelle piazze sia contro gli esponenti del regime monarchico precedente, come la stessa famiglia reale, che contro i loro stessi passati alleati durante la Rivoluzione. Su questa scia di violenza venne giustiziato anche Brissot che era l’esponente principale e leader dei Girondini, la principale fazione rivale. Robespierre, essendo influenzato dal pensiero di Rousseau, rappresenta la visione più spiccatamente “purista”, ma anche dogmatica, della democrazia. Il “regime del terrore” giustificava le sue azioni come fossero espressione dell’Assemblea nazionale, dunque del popolo, e dunque giuste ed infallibili per definizione. Essendo i Giacobini al potere, essi erano – secondo la regola della maggioranza- l’espressione del popolo e, dall’alto di questa legittimazione, avviarono un biennio di “epurazioni di massa” contro tutti coloro che gli si fossero opposti, anche gli ex alleati che avevano partecipato in ugual misura alla Rivoluzione francese.

La borghesia aveva capitanato ed era riuscita ad aizzare contro l’ancien regime quella massa di umili e poveri disperati che, qualche decennio dopo, si sarebbero chiamati “il proletariato“. I ricchi facoltosi, i “philosophes“, gli “illuministi”, avevano fornito al popolo l’ideologia per giustificare la loro ribellione verso lo status quo – non dimentichiamoci che fino a qualche secolo prima gli uomini credevano, sulla scia del pensiero dantesco a proposito dei “due soli”, che i monarchi fossero uomini di Dio la cui missione era quella di badare al genere umano fino all’arrivo della fine dei tempi ( in questo ovviamente i despoti trovavano la legittimazione per l’immutabilità del sistema sociale)-. L’ideologia rivoluzionaria si può riassumere in questa contraddizione: il terzo stato era la maggioranza della popolazione, provvedeva, quasi esclusivamente da solo, al sostentamento della Nazione ma, non aveva rappresentanza politica. Ovviamente, quando si parla di terzo stato, si intende l’alta borghesia ma la Rivoluzione francese non sarebbe stata tale senza l’apporto sostanziale del popolo alla causa.

Possiamo notare tutta la maestosità del cambiamento di prospettiva confrontando le rappresentazioni artistiche del “quarto stato”, dalla metà del ‘700 agli inizi del ‘900 v’è stato un cambiamento impressionante nell’arte figurativa.

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Dopo questa digressione storica, necessaria a fini comprensivi, voglio specificare quali punti tenere bene a mente di quanto detto:

  1. Questi individui si presentavano come rivoluzionari
  2. I rivoluzionari erano soprattutto: filosofi, universitari – la componente ideologica– e, proletari – gli emarginati-.
  3. Essi vogliono sovvertire lo status quo, invertire la gerarchia sociale.
    • In Italia ciò si risolse nella creazione di uno Stato degli italiani dunque, si uni anche la componente nazional-patriottica.
  4. Chiunque non condivida il medesimo pensiero è considerato un nemico – anche gli stessi ex alleati-.

IL QUINTO STATO

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Alla luce di tutte queste considerazioni, ritengo che oggi gli immigrati rappresentino veramente qualcosa di nuovo, e vecchio allo stesso tempo, nella storia. Essi sono veramente la versione odierna di quello che dovrebbe prendere il nome di “Quinto stato“. In effetti, nella gerarchia sociale, essi si sono posti appena sotto quello che un tempo veniva definito proletariato e che oggi prende il nome di “precariato“. Gli immigrati rappresentano il “nuovo proletariato“, una massa di disperati in cerca di un futuro migliore che non hanno nulla se non una volontà di ferro, volontà che ha permesso alla maggioranza di loro di affrontare un viaggio lunghissimo, e pieno di difficoltà, alla ricerca di un futuro migliore.

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Abbiamo, nelle righe precedenti, affermato che il popolo, prima di elevarsi a vero e proprio “quarto stato” – pretendendo poi i propri diritti-, veniva sostanzialmente emarginato secondo un processo di “stigmatizzazione” e “inumanizzazione” (Goffman) per cui: “Se non hanno più pane, che mangino brioche” (Maria Antonietta, 1741) – tanto sono tutti una massa di ubriaconi, drogati e nullafacenti (aggiungerei).

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Allo stesso modo oggi gli immigrati: “si ritrovano oltre la sfera della responsabilità morale, irraggiungibili a quest’ultima” (Zygmunt Bauman, “Stranieri alle porte“). Questi vengo considerati alla stregua di sub-umani, più simili alle bestie e perciò privati della loro umanità. La politica di Trump nel recente presente ne è l’esempio più eclatante, i reietti devono essere ostracizzati, espulsi perchè danno sociale. Essi rappresentano la definizione per eccellenza del termine greco “φαρμακός“, il capro espiatorio di ogni male. La loro emarginazione corrisponde ad una vera e propria purificazione. In un sondaggio in Ungheria, nel 2015, è emerso che il 77% degli intervistati pensasse che: “gli immigrati creano rischi per la salute della popolazione locale” (Zygmunt Bauman, “Stranieri alle porte”)

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Gli immigranti oggi rappresentano una fetta molto importante delle economie nazionali degli Stati europei e, in paesi come l’Italia, sono l’unico freno alle crisi demografiche. Gli immigrati fanno crescere il pil ma non hanno diritti e perciò vivono nello sfruttamento più estremo: lavori di 12 o più ore al giorno, pagati a due o tre euro l’ora. Ma non è tutto: rappresentando, l’emarginazione, il fallimento dello Stato nella sua opera di inclusione, questa gente viene presto e facilmente reclutata nella fila delle organizzazioni del crimine organizzato e/o terroristiche. Senza dilungarmi troppo, in paesi come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna o la Francia, il razzismo non colpisce solo la generazione zero ma, anche, la prima, la seconda o la terza in un processo di integrazione infruttuoso e senza fine. I ragazzi così frustrati, presto vengono reclutati nella fila di organizzazioni terroristiche internazionali come viene descritto in “Radical” (di Maajid Nawaz). Fenomeni come il “paki bashing“, che consisteva nel picchiare a caso gente di colore nell’Inghilterra rurale degli anni ’80-’90, rappresenta una parte del problema. La stessa cultura rap delle origini nasceva come grido di ribellione verso questa discriminazione, quando ancora non si trattava di sesso, soldi e droga ma non erano inconsuete citazioni a Malacom X e altri esponenti della supremazia nera come opposizione al razzismo bianco.

Successivamente tra queste minoranze discriminate, tra gli anni ’90 e l’inizio del millennio, si diffuse un nuovo e più potente messaggio quello del fondamentalismo islamico a che seppe farsi tramite di questo risentimento sociale (una piccola curiosità, il nome Abdul, che in arabo significa “servo di”, non è mai esistito singolarmente ma sempre in relazione a un altro nome, ad esempio Abdullah: servo di Allah. L’uso al singolare di questo nome si è ordinato alla fine del ‘900 nelle comunità nere afroamericane convertitesi all’Islam. Giusto per fare un esempio di questo processo di conversione). É dunque dalla religione che questo nuovo “quinto stato” potrebbe trarre la sua componente ideologica, da emarginati a “daris” – studenti- della dottrina fondamentalista in un “halaqah” – gruppo studio-.

Oggi parte degli emarginati, degli immigrati, che ora rivendicano i loro diritti e si sono trasformati in un vero e proprio “quinto stato” lo fanno per mezzo della cultura rivoluzionaria della jihad e del suo messaggio contro tutti i “kuffar“, gli infedeli, per la restaurazione del mitico “Kalifah“, il califfato. Ci tengo a precisare che non stiamo affermando che “tutti gli immigrati sono terroristi” ma bensì che le ragioni che spingo alcuni di questi ad universi a gruppi del genere, e spesso le cellule si trovano all’interno delle Università più prestigiose, sono ragioni molto simili, sennonché identiche, rispetto a quello che mossero i rivoluzionario sette/ottocenteschi: giustizia sociale dopo una stagione di sfruttamento senza diritti. In questa dimensione, dunque, potremmo pensare a questo fenomeno del fondamentalismo come una delle declinazioni dell’ascesa del quinto stato.

Come durante i moti dell’800, tra le fila dei rivoluzionari, vi erano sicuramente persone violente che oggi potremmo definire “terroriste”, così lo stesso  tra le fila di questi nuovi emarginati in cerca di giustizia e redenzione. Il problema è che, come un tempo, così oggi  questi vengono dipinti unicamente come tali in uno stato di perenne cospirazione alle nostre spalle, vanificando il loro diritto a reclamare una posizione migliore poichè ormai etichettati come criminali e dunque completamente spogliati di ogni carica etico-morale. Occorre pero svolgere un breve cambio di prospettiva poichè i nostri eroi e patrioti non erano sicuramente considerati tali al loro tempo e così facciamo noi per questi individui che cercano di instaurare il Califfato, uno Stato per tutti i musulmani contro l’egemonie e le ingerenze estere. Ovviamente non sto assolutamente prendendo le parti di nessuno ma, credo sia di grande interesse svolgere considerazioni di questo tipo, soprattuto a fini storici e sociologici.

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Gli immigrati, l’emarginazione dei più poveri, i flussi migratori e tutti quei fenomeni affini, sono, come per il proletariato, un risultato dettato dall’evoluzione dell’economia. Già ben prima di Marx, Hegel aveva teorizzato che il nuovo sistema economico avrebbe prodotto la necessità di deflussi migratori verso le colonie da parte della fascia più povera della popolazione europea come conseguenza dell’aumento delle disuguaglianze e, in cerca di un futuro migliore.  Gli immigrati e i flussi migratori rappresentano quel prodotto più cupo, grezzo e degradante dei grandi cambiamenti portati dell’unione della globalizzazione con l’evoluzione dell’industrializzazione verso una completa mobilità dei capitali. I migranti sono quegli emarginati, tra gli emarginati, costretti dall’economia globale a dover seguire la ricchezza, a dover inseguire questi movimenti di capitali.

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Il “nuovo proletariato“, è il frutto di un nuovo sistema, di una nuova struttura economica che richiede dei cambiamenti ideologici necessari e sempre più urgenti nell’immediato presente. Come i loro vecchi cugini, oggi il “quinto stato” chiede a forza di essere integrato nella società, di ottenere quei diritti riconosciuti agli altri ma non a loro. Essi chiedono, in ultima istanza, che la società si adegui ai poderosi cambiamenti generati dalla globalizzazione. Il “nazionalismo” sfoggiato dai politici non è certamente una soluzione, la “restaurazione” – seguente alla Rivoluzione francese- di certo non ripristinò l’antico regime bensì contribuì ad accendere la miccia dei moti rivoluzionari degli anni successivi.