Quando i fatti non contano…

Pd: Renzi, sul carro non si sale, le idee sono quelle


Lo slogan cardine di tutta la campagna elettorale del Partito democratico alle scorse elezioni si potrebbe riassumere nella parola “fatti“, i fatti contano più delle parole – quelle dei partiti d’opposizione con le loro proposte irrealizzabili-. Per un individuo perfettamente razionale non ci sarebbero sicuramente stati dubbi: siccome i fatti contano più delle “chiacchiere” allora il Pd avrebbe dovuto ottenere una larghissima maggioranza ma “ai fatti” il partito ha ottenuto il suo peggior risultato da quando nel 2014 ottenne il 40% dei consensi alle europee. Non preoccupativi, questo risultato c’era d’aspettarselo ed ora vi spiegherò il perchè.

Il sociologo Karl Mannheim mostrò come una delle caratteristiche a priori della formazione di uno Stato totalitario fosse l’incapacità sostanziale del sistema precedente a risolvere quelli che sono i bisogni dei cittadini – aggiungo, risolvere l’insicurezza che è generata dal mancato espletamento dei bisogni dei cittadini-. Questa incapacità genera la  perdita di importanza di qualsiasi pensiero riguardante il futuro poichè si da “massima urgenza” a cercare di risolvere i problemi contingenti, del presente. Come spiegato negli articoli “Gocce di felicità” – che potete trovare qui-, quando il pensiero si concentra unicamente sul presente esso, non fa più conto della sua coscienza e, diventa irrazionale poichè non guarda agli effetti a lungo termine – quelli che contano- delle sue azioni. In effetti ciò è proprio quello di cui Mannheim parla a riguardo dei pericoli delle società moderne, il binomio: razionalità strumentale-irrazionalità sostanziale.

Illuminante, da questo punto di vista, è il saggio “Stranieri alle porte” di Zygmunt Bauman il quale prende in analisi il fenomeno migratorio e le sue conseguenze, soprattutto in relazione al sentimento, più o meno precluso, di sicurezza da parte dei cittadini. Senza dilungarci troppo sul motivo per cui i migranti toglierebbero sicurezza ai cittadini – potete acquistare il saggio qui-, Bauman sviluppa una interessante riflessione sugli effetti del termine – e dei “tutori” della sicurezza (i politici)- sull’opinione pubblica affermando che i politici che legittimano le proprie azioni in virtù della sicurezza si garantiscono una forma di “consenso a priori” che non tiene conto dell’effettiva realizzazione dei risultati promessi. Quelle che vengono chiamate le “politiche di securizzazione” si fondano sull’assunto morale che, tutto ciò che viene fatto in virtù della sicurezza sia giusto a priori. Tale assunto non è di recente fattura bensì sta alla base di qualsiasi legittimazione del potere, secondo il pensiero di Michail Bachtin:

tutti i poteri traggono alimento e forza dalla rielaborazione della paura cosmica” (Bauman, “Stranieri alle porte”).

La paura cosmica rappresenta sostanzialmente il sentimento di inferiorità che l’uomo solitario prova difronte al mondo, un tempo il mondo era rappresentato dal selvaggio mondo naturale oggi, potremmo parlare di quei massicci fenomeni innescati dalla globalizzazione – come le migrazioni di massa causate dalla povertà e della guerre-. La paura cosmica a sua volta viene razionalizzata, per la prima volta a livello storico, dalle religioni che la trasformano in “paura ufficiale” attraverso la formazione di un sistema di credenze e di una divinità umanizzata, Dio, con cui, rispetto all’Universo, si può instaurare un qualche tipo di dialogo. La paura sorge dunque non più dalle brutali forze esogene del mondo esterno bensì dalle violazioni del sistema sociale basato sulle credenze religiose le quali, a loro volta, assolvono al compito di risolvere la crisi di senso generata dalla “paura cosmica”. Un esempio sono i dieci comandamenti che mettono al sicuro l’uomo dagli interrogativi posti dalle proprie domande esistenziali e fondano il sistema della “paura ufficiale”, quella di violare appunto queste leggi. Su questa scia i pensatori moderni, primo tra tutti Hobbes, affermavano che lo Stato nascesse per la volontà degli individui di salvare la loro vita sacrificando la libertà per il sentimento di sicurezza.

In ultima istanza, quando lo Stato perde la propria capacità di farsi “tutore” di questo sentimento di stabilità, gli individui tendono a cercare la figura di una “guida carismatica” la quale fondi la propria legittimazione proprio nel sentimento di fiducia che riesce ad ispirare verso i suoi sostenitori (Max Weber). Il fatto che la sicurezza venga oggi sempre più riposta verso un individuo, piuttosto che lo Stato e/o un partito – si definisce questo processo come “personalizzazione della politica“- è una naturale conseguenza dell’individualismo dei contemporanei. Oggigiorno siamo spinti a cavarcela con le nostre gambe, a destreggiarci nel mondo della vita quotidiana unicamente per mezzo dei nostri mezzi personali, il fatto che noi troviamo ispirazione nella figura di un “uomo forte” ne è una naturale conseguenza.

Quello che voglio dire, in conclusione, è che un personaggio come Matteo Renzi – di cui non discuto l’aspetto programmatico- è un personaggio fallito poichè privo di quella “χάρις” – fascino- oggi fondamentale nella giungla della politica. Seguendo l’esempio di Donald Trump, Matteo Salvini o Viktor Orbán, un politico di successo oggi deve essere in primo luogo una sorta di star televisiva – e dei social media-. Se infatti un tempo l’ispirazione dei giovani proveniva dalle figure più istituzionali – o rivoluzionarie- del paese, l’identificazione con un partito o un leader politico (Mazzini, Garibaldi, Churchill etc.), oggi l’identificazione è nei confronti di fashionblogger, youtubers, rappers etc. Il politico ideale deve essere sia un “personaggio famoso” che rappresentare l’ideale dell'”uomo forte” e dunque saper mostrare i muscoli, farsi rispettare soprattutto sul piano internazionale. A questo ultimo scopo di primaria importanza appare la “retorica securitaria” che garantisce sia il primato morale di giustizia che la possibilità di prendere posizioni forti e nell’immediato presente. Chiudere un porto, piuttosto che costruire un muro sono azioni inutili a livello sociale ma che garantiscono un immediato riscontro sulla popolarità nei confronti dell’elettorato insicuro e angoscioso.

Per questi, ed altri motivi su cui non mi dilungo, la retorica del “prima i fatti poi le parole” è stata più che controproducente per il partito democratico il quale ha scelto la via della responsabilità quando, a causa dell’irrazionalità sostanziale del presente, viene premiata piuttosto la irresponsabilità.