Gocce di felicità (IV.2)

NARCISISMO, BULIMIA ED EGOISMO

Narcisismo sociale
Narcisismo sociale

Come spiegato nel mio libro “La Modernità diffusa”,una delle principali caratteristiche della società contemporanea è la scomparsa di una mentalità ascrittiva per quanto riguarda il ruolo e la vita degli individui. Oggi siamo noi, da soli, a scegliere e predisporre i mezzi e il fine della nostra autorealizzazione. Inoltre il relativismo assieme all’individualismo ci pongono nell’impossibilità di determinare la superiorità intrinseca di un sistema culturale rispetto ad un altro e, inoltre, ci pongono in una costante opera di integrazione in base al contesto nel quale ci troviamo. Ciò che mi interessa particolarmente rimarcare è che, psicologicamente parlando, il fatto di non essere, fin dalla nostra infanzia, determinati in un preciso tipo di persona ci spinge alla necessità di dover rimarcare costantemente noi stessi in relazione agli altri perchè la società non ci rende alcun tipo di assicurazione. La rispettabilità non si ottiene più dalla nobiltà di sangue ma dalle azioni, dal successo e dalla costante rivendicazione di noi stessi. Ecco dunque che aggiungiamo l’ultimo termine all’equazione, il narcisismo. Secondo Freud esso è: “Il delirio di grandezza e il distacco di interesse da persone e cose del mondo esterno”. Il secondo termine della frase, ovvero il disinteresse verso il mondo esterno lo abbiamo già ampiamente spiegato. Parlando invece del “delirio di grandezza” la mia interpretazione è che questo corrisponda ad un meccanismo di difesa umano verso il non riconoscimento da parte della società di noi stessi. Questo ci rende come costantemente in lotta verso l’autoaffermazione, ci spinge in ogni situazione a rimarcare la nostra esistenza secondo la frase del tipo: “Ehi mondo io esisto!”. Emerge un paradosso, da una parte la mentalità reificata, individualista, relativista e consumistica ci conduce a non interessarci sinceramente negli altri ma, dall’altra, noi abbiamo bisogno del riconoscimento altrui per trovare noi stessi. Ricerchiamo l’oggettività della nostra esistenza dal rapporto con l’alter o la comunità degli altri perchè da soli non possiamo superare il criterio di soggettività. Giungiamo perciò ad una situazione in cui non ci identifichiamo in nessun gruppo particolare con il quale entriamo in contatto ma, allo stesso tempo, cerchiamo di integrarci con ciascuno di essi in questa continua lotta alla affermazione. Tutto ciò avviene poichè sperimentiamo l’adattamento momentaneo privo di reale assimilazione. Questo rappresenta il limite più grande dell’integrazione culturale in una società cosmopolita come la nostra. Non avendo interiorizzato un io stabile ma bensì scisso, instabile e diviso tra vari super-io diversi, abbiamo la necessità di modificare noi stessi in base alle varie comunità di senso che incontriamo poichè non riusciamo ad imporre noi stessi nel gruppo, nell’ipotesi di un ego stabile e fisso. Il narcisista entra in un rapporto egoistico e simbiotico con i gruppi sociali con cui si relaziona per cui, non avendo un’identità precisa, la ottiene nel delirio di grandezza di se stesso in relazione agli altri nella continua lotta verso l’autoaffermazione ma, siccome l’integrazione con il gruppo non è mai sincera, egli tenderà ad abbandonarlo non appena esso smette di essere funzionale ai suoi scopi ossia, quello di rimarcare la sua potenza. Questo produce l’impossibilità di determinarsi in un preciso schema di valori ed affetti che produca un io-stabile a dispetto di ciò che credono gli altri. Perciò oggi è molto più facile che sia lo stesso gruppo sociale ad imporsi sull’individuo anomico e narcisista il quale, viceversa, crede di essere lui stesso ad imporsi. Questo poichè infatti non saremo noi a far valere la nostra visione del mondo nel gruppo, data da quei valori fondamentali che abbiamo assimilato nel tempo e dati a loro volta dalla nostra comunità di appartenenza ma, bensì, faremo a gara con gli altri nel far valere la visione del “Gruppo” poichè non disponiamo di una nostra identità stabile ed indipendente dai Gruppi con i quali veniamo progressivamente in contatto. Ovviamente quest’ultima non può che essere una visione estremamente stereotipata e tipizzata, così ad esempio il ragazzino che ascolta musica trap (sottogenere del rap) si vestirà seguendo uno stile non per gusto ma per moda. Vi sono però delle profonde differenze con la precedente cultura di massa le quali ruotano appunto attorno all’individualismo. A livello qualitativo possiamo affermare come un tempo la massa ruotava attorno a dei valori e ideali piccolo-borghesi che, affermati dal modello politico social-democratico, si declinavano in sfumature diverse per accogliere i cittadini all’interno della società civile nei diversi gruppi partitici e/o sub-culturali.

Nelle “Metamorfosi” Ovidio riporta le parole dell’indovino Tiresia rivolte alla ninfa Liriope alla sua domanda riguardo il futuro di Narciso, suo figlio. Tiresia afferma che il piccolo sarebbe giunto a vedere vecchiaia solo “se non conoscerà se stesso”. Abbiamo quindi spiegato che il narcisismo individualista egoistico odierno nasce da un problema sociale che spinge l’individuo a rimarcare costantemente, in maniera eccessiva ed ossessiva, la propria esistenza agli altri giungendo in un “delirio di grandezza”, utilizzando i termini Freudiani. Ma cosa succede dunque quando il narcisista riflette su se stesso? A livello sociale un tale individuo sperimenta il sentimento di solitudine poichè si accorge di non appartenere a nessuna comunità. Ma l’infelicità maggiore giunge proprio quando egli riflette sulla sua stessa esistenza. Il vuoto che aleggia al suo interno, nel suo io più intimo. Il narcisista, che ripeto, appare essere una determinazione sociale dell’individuo moderno, si accorge che egli esisteva solo in relazione al rapporto conflittuale con l’altro e non in relazione a se stesso. Egli scopre che infondo la sua stessa identità non è radicata ed è priva di senso. Riflettendo sulle molteplici identità assunte, ognuna delle quali nella sfrenata ricerca della propria autodeterminazione, il narcisista capisce che il suo ego è molteplice ma nessuno in particolare. Un io in continua “metamorfosi” appunto, quello che viene definito da Christopher Lasch come “uomo psicologico”:

“[…](L’uomo psicologico) vuole trovare un senso alla sua vita […] i suoi desideri non conoscono limiti, […] esige una gratificazione immediata e vive in uno stato di inquietudine e di insoddisfazione perenne”. (Dobbiamo precisare che citazione di Christopher Lasch deriva da una ulteriore citazione all’interno di: “Retrotopia” di Zygmunt Bauman).

A proposito voglio riportare un mio scritto di qualche tempo fa il quale ricalca perfettamente quanto detto in questo capitolo, scritto precedente a queste riflessioni il che rimarca, a mio avviso, la realtà del problema:

“Chi siamo noi stessi? Questi anni mi hanno insegnato (non che prima non lo immaginassi, ma non lo avevo ancora sperimentato sulla mia pelle) che si può veramente essere due, tre, quattro persone allo stesso tempo. Aver vissuto realtà diverse è stato positivo, ma la finzione alla lunga diviene realtà. E così ogni volta che ho cambiato modo di essere, ed è stato molto frequente, è come se avessi perso una parte di me e dovuto ricrearla da capo, da zero […] ad oggi mi sento ognuno di questi e nessuno in particolare. Tutt’ora poso una maschera per ogni situazione […]. La verità è che mi sento uno “schiavo” della società a cui pedissequamente cerco di integrarmi nel migliore dei modi eppure, tutto questo differenziarmi alla lunga mi allontana dal “nocciolo duro” di me. Mi togliere l’interesse di conoscere nuove persone poichè tutto mi appare finto”.

Ci rimane quindi da parlare della bulimia in relazione all’egosimo del narcisista sociale, dimensione che ripeto appare essere quasi naturale nella società contemporanea. In primo luogo il bulimico ha un rapporto conflittuale e di tensione narcisistica verso la perfezione per quanto riguarda il proprio corpo. Secondo la definizione di Paul Näcke di narcisismo, ampliata ma non negata da Freud, esso è: “l’atteggiamento di una persona che tratta il proprio corpo allo stesso modo in cui è solitamente trattato il corpo di un oggetto sessuale”. In questo senso notiamo grandi somiglianze tra questi due atteggiamenti infatti chi soffre di questo disturbo alimentare tende ad un’ideale di perfezione estetica la quale non realizzandosi porta allo sconforto e all’azione tragico-catartica dell’abbuffata e del rigetto purificatore. Questo atteggiamento però non è fine a se stesso ma bensì dipende da una visione narcisisticamente orientata del viver sociale per cui la ricercata perfezione corporea è intesa in un’ottica dell’affermazione di se sugli altri che si esprime in questo “delirio di grandezza” fatto di distinzione, ma anche, di riconoscimento da parte degli altri. Infondo quando non esiste più uno spirito comunitario entro cui l’individuo è portato a realizzarsi, l’autodeterminazione nasce allora univocamente a seguito della differenziazione – per superiorità – la volontà nell’imporre il riconoscimento altrui (di questa superiorità). Uno po’ come la dialettica signore-servo di Hegel. All’uomo per sentirsi – e quindi essere- superiore non basta se stesso, necessità dell’altro e del suo riconoscimento. Successivamente l’abbuffata e l’incapacità di concepire un limite nasce sia dalla volontà di sfogarsi per l’insoddisfazione di non riuscire nell’impresa ma anche per l’abitudine al “volere tutto e subito”; sia nel senso di volere il corpo perfetto subito e quindi nella negazione successiva di questa volontà – poichè tale fisico è frutto di sacrifici perdurati nel tempo – sia nel senso di voler effettivamente tutto il cibo subito quando ormai ci si è lasciati andare senza dare al corpo il tempo di decifrare il senso di sazietà e, infine, poichè la società non ci insegna il senso del limite come giuste e reali aspirazioni per noi stessi – il che ci porta alla volontà di questo corpo perfetto e alla conseguente infelicità del non averlo -. Vi è inoltre un’ultima precisazione, quando il bulimico raggiunge un aspetto esteriore che lo soddisfa e compiace presto si accorge che tale risultato non conduce a felicità. Egli magari può pensare che raggiunto tale obbiettivo sarà sicuramente cercare dalle altre persone, se maschio, potrà pensare di avere più possibilità con le ragazze, e cose del genere. La verità è che però il bulimico diventa tale perchè anche il conseguimento del suo obbiettivo è privo di senso, poichè non lo conduce al vivere felice. Scopre che quanto fatto è stato fatto per l’altro ipotetico e non per se stesso dunque il raggiungimento di quel preciso scopo non è motivo nemmeno di grande soddisfazione. La bulimia è una delle possibili determinazioni dell’agire narcisistico, rappresenta un atteggiamento egoistico e miope che preferisce un bene fugace – che conduce ad un male maggiore- per alleviare un altro male esistenziale ancora più grande.

Tornando al generale atteggiamento narcisistico possiamo dire, come il protagonista del racconto di Ovidio, che il Narciso moderno è in realtà alla costante ricerca di se stesso ma “non riuscendo a vedersi” cerca se stesso per mezzo degli altri. Vuole sentirsi raccontare dagli altri ed esige che questo racconto sia quanto più bello ed entusiasmante, solo così egli trae forza e autostima. Questo atteggiamento però contribuisce a questa impossibilità di riconoscersi poichè egli muta e modifica se stesso in base agli altri in un continuo processo di produzione e disfacimento della propria personalità alla ricerca dell’approvazione degli altri in rapporto di superiorità. Ritornando al mito di Narciso, il povero giovane fanciullo si ucciderà affermando che:

“[…] la morte non mi e’ gravosa, poiche’ con la morte finira’ questa pena”.

Egli, e il suo atteggiamento, è in linea e rispecchia il fondamento dell’egoismo e le sue conseguenze in linea con la diagnosi prodotta da Émile Durkheim. Narciso infatti non solo desidera qualcosa che non può ottenere ma bensì l’oggetto del suo desiderio non è qualcosa di esterno, è lui stesso. Continuando su questa narrazione credo sia di interesse citare un’altra parte del mito tramandato da Ovidio, quella in cui il protagonista si confronta con l’oggetto del suo desiderio:
“Quel che bramo l’ho in me: ricchezza che equivale a poverta’. Oh potessi staccarmi dal mio corpo! Desiderio inaudito per uno che ama, vorrei che la cosa amata fosse piu’ distante”.
Egli vorrebbe vedersi, toccarsi come se lui stesso fosse un corpo esterno, qualcosa di altro che con la sua materialità possa finalmente dare una concretezza oggettiva a se stesso, l’oggetto ultimo di ogni desiderio. Così il Narciso moderno ricerca una continua conferma da parte della società e, nello specifico, per mezzo delle relazioni che gli intercorrono con gli altri individui perchè lui ne ha tremendamente bisogno essendo che, da solo, non ne è capace. Molte persone oggi cercano se stesse negli altri e si perdono in una serie infinita di atteggiamenti volti a questo fine senza rendersi conto che nessuno di questi è in grado di avvicinarli minimamente al loro obbiettivo. In conclusione ritengo che il narcisismo sia una risoluzione psicologica alla scomparsa di un qualsiasi tipo di certezza ascritta di derivazione sociale. Più queste sicurezze diminuiscono più i singoli sono obbligati a rimarcarle costantemente con le proprie azioni, le quali però, sono passeggere e conducono a certezze momentanee. Come Zygmunt Bauman afferma, il Narciso moderno non è frutto di un disturbo psicologico ma bensì di uno stato sociale.

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