Gocce di felicità (III)

VERSO L’EPOCA DI CRONO


 

Gullalderen
L’uomo ha una naturale propensione verso la potenza, non necessariamente intesa con accezione negativa. La potenza è volontà, una tensione che deve essere scaricata nell’azione. Cosicché mi risulta molto difficile pensare ad un individuo completamente passivo che abbia perso il suo spirito di volontà, che non voglia mostrare la sua “potenza” nell’accezione da noi data. Ad esempio un artista dovrebbe mostrare la sua potenza nell’arte perchè il suo lavoro è passione e quindi vuole eccellere in ciò che ama, non necessariamente per mostrare quanto è più bravo degli altri. Un artigiano considera l’oggetto prodotto come parte di sè, una sua creazione e dunque si impegna con la massima diligenza nella sua ἀρετή, come chiamavano i greci la capacità di svolgere bene un determinato compito, un “mestiere virtuoso”. In ultima analisi i greci consideravano ogni artigiano un artista e viceversa dato che, soprattutto nel periodo pre-classico, essi avevano sviluppato un ideale “romantico” per cui vi era dell’eroico in un po’ tutte le azioni dell’uomo. Così la perfetta lama di una spada prodotta dal mastro forgiatore era in sé qualcosa di eroico poichè mostrava la virtus di quell’uomo. La cultura di massa dello scorso secolo ha invece prodotto il suo contrario, un folk di individui lobotomizzati che hanno sempre meno interessi particolari verso la completa uniformazione. Una massa senza potenza e senza virtù potrei affermare. Questa idea si rispecchia nel lavoratore di fabbrica che non ha alcun interesse a fare bene ciò che produce ma solo a fare più o meno la stessa cosa senza cura per i dettagli e la fattura del prodotto in generale. Credo che sia questo il processo di reificazione che Marx aveva scambiato nell’idea per cui, rispetto al passato, gli operai moderni non possiedono ciò che producono. Anche in passato avveniva in questo modo, non possono essere tutti proprietari vi saranno sempre dei dipendenti. La reificazione assurge ad una altro significato ed ossia il fatto che nella cultura di massa moderna, ciò che viene prodotto è visto, nel vero senso della parola, come una cosa, un oggetto e nulla di più. La produzione ha smesso di essere un’arte in cui gli individui incanalavano il proprio virtuosismo. Se nel recente passato, quindi, gli individui si erano perfettamente appiattiti ed in qualche modo lo Stato si era dimostrato degno della definizione marxista, nel senso di testimone simbolico di questa perfetta integrazione tra individui lobotomizzati sotto il controllo della ristretta élite, ed infatti lo Stato-nazione fino a qualche decennio fa appariva essere nella sua età dell’oro oggi, a seguito della stessa mentalità capitalista sempre in evoluzione, l’individualismo ha ridato all’uomo il suo istinto di potenza con il passaggio alla post-modernità. Oggi quindi gli oggetti hanno smesso di essere neutri ma espressioni della potenza dell’uomo che, ad esempio, indossando un capo molto costoso vuole distinguersi e “dominare” gli altri. Cosi nel periodo presente, a seguito dei processi passati, non esiste più una collettività unita e nulla viene fatto più in relazione a questa. L’eroe greco agiva in relazione alla comunità la quale a sua volta ne cantava le lodi, con l’eclisse di quest’ultima, l’ “eroe” contemporaneo individualista agisce sugli altri in relazione di superiorità. Uomo, lupo dell’altro uomo in una società che non riconosce più la bellezza di nulla ma solo la sua capacità di farci “più” degli altri. Sono convinto che a molti non interessi della bella fattura di ciò che vanno ad acquistare ma solo del suo prezzo perchè più una cosa è costosa più è funzionale a quanto detto precedentemente.Per concludere questa breve divagazione cito Fabrizio De Andrè in “Via Del Campo”:

“Dai diamanti non nasce niente
Dal letame nascono i fior”

Se queste sono le condizioni, se veniamo educati a realizzarci solo attraverso la ricchezza, il potere e il denaro allora, il capitale umano perde di interesse e significato. Il soggetto stesso perde di interesse e significato difronte alla preminenza indiscussa dell’oggetto eppure, è solo dentro questo che si celano le idee più belle, quelle che meritano il massimo valore e apprezzamento. Tali sono per la maggior parte astrazioni del pensiero che possono essere comprese solo se si è disposti alla riflessione superando, almeno in parte, l’agire pratico. Inoltre è necessario anche sviluppare un atteggiamento comprensivo verso questa sfera di idee astratte che si articola su due piani: da una parte la comprensione dell’importanza del capitale umano e di tutto ciò che da esso si declina, dall’altra la comprensione effettiva di quanto c’è da comprendere. In merito alla prima tipologia, dovrebbero essere ben note al lettore le cause sociali dell’attuale svalutazione della cultura, dall’altra però occorre svolgere una breve riflessione sulla seconda tipologia. Un individuo conosce se stesso quando è in grado di parlare di sè. Senza lettere, alfabeto e parole non vi sarebbe mai stata una primavera del ragionamento e, di conseguenza, della cultura che non sarebbero mai potuti sbocciare. Vorrò spingermi ancora oltre: l’essenza stessa dell’uomo vive in Adamo che sceglie di mangiare la mela spinto dalla sua curiosità: noi siamo il frutto dell’epoca di Zeus in cui gli uomini hanno finalmente smesso di nascere e crescere dalla terra scegliendo l’indipendenza e cacciando gli dei nell’olimpo del mito. L’uomo è Demiurgo di se stesso. Iniziammo il cammino della nostra indipendenza dal mondo naturale quando fummo in grado di tramandare le nostre esperienze, di creare una riserva di senso che potesse rendere aiuto alle generazione future così che l’azione del singolo si potesse sommare a dieci, cento, mille e millemila azioni dei suoi predecessori e successori. Il linguaggio fu la chiave di questo processo, in esso cultura e ragionamento trovarono l’armonia e la la giusta misura. Il linguaggio permette di immagazzinare la cultura e, al tempo stesso, esso è anche dialettica, ragionamento, “λόγος”. Per mezzo del linguaggio le nostre idee si scontrano e riassemblano, come pezzi di un puzzle, in una sintesi che diventa essa stessa tesi di un altro, nuovo, discorso critico potenzialmente infinito il quale paradossalmente vive per quanto viene messo in discussione. Il linguaggio dunque permette di immagazzinare e “coltivare” nuove idee sulla base del discorso logico razionale: il connubio virtuoso di cultura, ragionamento e critica. Purtroppo la società di oggi attenta a tale circolo virtuoso, il sapere s’atrofizza segnando il ritorno ad una nuova epoca oscura. É forse giunto il tempo che il cielo scurisca giungendo in volo la nottola di Minerva, segno della decadenza d’una epoca intera? A tal proposito sembra utile ricordare il pensiero di Tocqueville a proposito dei rischi e pericoli della democrazia:

“Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. […] Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte.”

Quel “potere immenso e tutelare” oggi esiste e, seppur non sia palpabile nella sua viscerale interezza, lo possiamo percepire ascoltando alla radio una canzone, possiamo vederlo alla televisione, sui fumetti, a scuola: esso pervade l’intero macrocosmo sociale nella sua interezza. Come un tempo i filosofi antichi erano soliti definire un termine virtuoso e il suo opposto come, ad esempio, monarchia e tirannia, democrazia e demagogia ecc., definiremo “società civile” come la condizione positiva mentre “società dei consumi” come sua degenerazione. Mentre tra la fine del ‘600 e i primi decenni del 1900 la società era vista come luogo del dialogo e della diffusione delle idee oggi questa ha perso il suo antico fascino e lustro. Per la media degli individui la società e il vivere sociale esistono solo per il soddisfacimento di una manciata di interessi e bisogni essenziali e materiali. Ritengo che questo processo sia iniziato nei gloriosi trent’anni e abbia subito una drastica accelerazione nel corso gli anni ’90. Dopo i due conflitti mondiali e l’enorme lavoro di ricostruzione, le nuove generazioni hanno sperimentato un lungo periodo di miracoloso benessere. Cosicché questa enorme ricchezza accumulatasi durante il dopo guerra ed oltre ha fatto si che noi ci scordassimo l’importanza e il valore del lavoro se non in relazione all’aumento stesso di quel benessere. Lavorare ha cessato d’essere il principale motivo di autorealizzazione personale poichè pian piano si sono persi tutti quei fattori che mettevano in risalto il valore intrinseco di quest’ultimo nelle sue varie e diverse declinazioni. Così oggi gli insegnanti, gli scrittori, i fisici, gli artigiani, i politici ecc. hanno perso gran parte dell’apprezzamento e del riconoscimento sociale che un tempo possedevano: tutto ormai si rapporta al benessere prodotto e/o offerto. Ricchezza e povertà sembrano essere gli unici e soli criteri di giudizio perciò un brillante scrittore e i suoi libri oggi poco varranno in confronto ad un imprenditore di successo che, per pura ipotesi, si è arricchito speculando e investendo capitali che nemmeno esistono. La società dunque ci presenta costantemente modelli di benessere a cui rivolgere passivamente le nostre mire e ambizioni, tutto ciò che si svolge preminentemente sul puro piano teorico perde di fascino ai nostri occhi allo stesso modo di tutti quei lavori artigianali che sono più simili ad un’arte che all’impiego per come oggi viene inteso. I mass media ci propongono una cultura senza più spirito critico, fatta di immagini e suoni, non più di parole. Il vocabolario si riduce di termini ed espressioni, gli individui perdono l’abitudine alla riflessione. Ci lasciamo “coccolare” in una condizione d’acquiescenza culturale perdendo, oltre che la capacità, la voglia stessa di realizzare noi stessi nel mondo. Stiamo fosse assistendo alla transizione tra un’epoca e l’altra? Quello “spirito capitalista” che Max Weber faceva coincidere con la volontà dell’uomo di autorealizzarsi al fine di mostrare al Demiurgo celeste di essere degno del regno dei giusti ma, anche, di poter in qualche modo essere l’unico vero artefice del proprio destino e quindi, in un certo senso, Dio di se stesso. Una prova di maturità da parte dell’uomo che decise d’uscire dai secoli bui del Medioevo cessando, una volta per tutte, ogni pianto e lamentosa litania verso l’Onnipotente. Oggi pare che questa volontà sia sempre più debole e flebile da parte delle nuove generazioni, i cosiddetti “millennials”. I giovani generazioni sono state ben educate dalla società a quel pensiero tipico dell’inizio dell’epoca post-moderna per cui l’unica aspirazione degna di un qualche tipo di reale apprezzamento e valore è rappresentata da un’occupazione remunerativa per poter così realizzarsi nel consumo e nei “piaceri piccoli e volgari” per cui, l’assistenzialismo non è poi tanto male finche sono garantiti questi effimeri piaceri. Possiamo considerare a proposito quelle espressioni comuni per cui, ad esempio, gli italiani sono un popolo di “mammoni” con i figli che sempre più tardi decidono di vivere in maniera indipendente. Lo spirito di autorealizzazione sembra essersi sopito in vista della prospettiva di una vita mediocre ma confortevole presso la casa di famiglia, il paese o città di nascita. Non bisogna dunque stupirsi quando oggi vediamo il grande successo che ottengono quelle proposte politiche che fanno capo ad una remunerazione o reddito per tutti i cittadini dello Stato indipendentemente dalla loro condizione di disoccupato o inoccupato. In sostanza oggi si sta ampliando tutta una lista di proposte di cui potrebbero beneficiare anche quei cittadini che non hanno mai lavorato e che, per ipotesi, potrebbero non cercare mai lavoro. Tutto questo a testimonianza del fatto che una nuova mentalità improduttiva rivolta unicamente alla sfera della Domanda si sta facendo ormai sempre più strada nel pensiero comune. Quello spirito capitalista che arrivato al suo punto di massimo splendore nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale e che ora ha posto le stesse condizioni alla base della sua crisi esistenziale. Uno spirito che necessita ed ha bisogno della continua messa in discussione di se stesso per poter evolvere ed innovarsi ma il quale fatica a ritrovarsi nelle stesse condizioni sociali che lui stesso ha contribuito a formare. Un esempio evidente è rappresentato dai mass media, sviluppatisi grazie ai decenni di benessere ed innovazione, che, citando Umberto Eco:

“[…] svolgono sempre una azione socialmente conservatrice.” Ed ancora: “I mass media si presentano quindi come lo strumento educativo tipico di una società a sfondo paternalistico.”

Ritornando alla domanda posta precedentemente, forse oggi la rotazione terrestre si sta veramente invertendo a segnare così il ritorno all’Epoca di Crono in cui il Demone Demiurgo riprenderà le redini del mondo e gli uomini, smettendo di concepire ma nascendo dalla terra stessa, saranno in tutto e per tutto dipendenti dal loro Pastore.
Vogliamo concludere questo capitolo con un confronto poiché pare che questo nuovo spirito sociale sia in diretta opposizione con Quello che emerge dalla Costituzione stessa del nostro paese, l’Italia. Abbiamo dunque detto, ricapitolando, che il ritorno all’Epoca di Crono è segnato dalla svalutazione del lavoro poiché ciò che interessa ai giovani di oggi non è l’autodeterminazione, e dunque il poter vivere in maniera indipendente grazie ad un impiego che, seppur non altamente remunerativo, permetta questo ma, bensì, il soddisfacimento della propria Domanda di consumo di beni. Analizzando però la Costituzione appare che il pensiero che ne traspare sia diametralmente opposto a quanto detto sino ad ora infatti l’Art. 1 specifica che l’Italia è una democrazia che si fonda sul lavoro il quale risulta implicitamente fondamentale per adempiere a quei “doveri inderogabili di solidarietà economica” specificati all’Art. 2 – ovvero di pagare le imposte-. Ma il lavoro, secondo la visione della Costituzione, non è solo un dovere del cittadino, ma è anche un diritto (cfr. Art.4) il quale concorre da protagonista al progresso materiale e spirituale della società e dunque alla realizzazione del cittadino stesso che viene rimarcata all’Art.3:

“[…]
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Dunque la Costituzione non solo accosta il “pieno sviluppo della persona umana” con la “effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economia e sociale del Paese” ma, in più, si avvale di questi ultimi come sinonimo di cittadini. Cittadini-lavoratori come condizione necessaria per il godimento e l’espletazione dei propri diritti e doveri.