Gocce di felicità (II)

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LA FILOSIMPATIA

Le principali determinazioni della società contemporanea sono l’individualismo e l’agire al presente. Potremmo sintetizzare questi termini in “materialismo”; materialismo poichè nell’agire tipico dell’individuo comune non v’è più alcuna traccia di spiritualismo e trascendenza. Bisogna realizzare tanto, subito e, possibilmente, più degli altri. Spesso ci interessiamo dell’altro solo in relazione a questo, a quanto ci è superiore o inferiore. Se è vero il primo caso, cerchiamo di attentare alla sua superiorità, se è vero il secondo, ci vediamo bene che resti tale. Ho voluto, a proposito, coniare un nuovo termine partendo dalle parole greche di: “ϕιλία” e “συμπάθεια”. La “filosimpatia” è la capacità di interessarsi e sopportare insieme i problemi di chi ci sta più accanto, degli amici. Non è semplice empatia ma simpatia, più propriamente la volontà di contribuire sopportando insieme, rendendo nostri i problemi degli altri in nome della stessa umanità che ci accomuna e che ci dovrebbe spingere a tali propositi. Oggi questa capacità appare non essere un traguardo semplice ma bensì impervio e nemmeno tanto scontato.

Iniziamo dunque analizzando l’etimologia di queste parole partendo dalla “filía”. Questa affezione è sempre stata attribuita ai saggi, e si traduce in un tipo di amicizia disinteressato. Due individualità che scelgono di frequentarsi non per motivo di interesse. Secondo il pensiero di Epicuro l’amicizia di questo tipo può essere attribuita solo ai saggi poichè prevede che queste persone abbiano raggiunto quella condizione per cui esse bastano a se stesse, in questo caso si può solo che dare all’altro senza pretendere nulla in cambio. Dalle “Massime Capitali” di Epicuro:

Il saggio quando si misura con le necessità della vita, sa dare piuttosto che prendere perchè è ricchissimo già di suo”.

La condizione o, come minimo, il limite ideale per questa amicizia disinteressata è sicuramente la condizione di “eustátheia” che comporta anche quella di “ataraxía”. Il primo termine identifica un piacere duraturo e intenso che si perpetua nel tempo poichè realizzabile solo in una entità che non ha più desiderio, inteso come il bisogno di qualcosa in più. Il bisogno dunque conduce, per Epicuro, alla sofferenza, al dolore. Per tale motivo se si è felici si è anche nella condizione data dal secondo termine, quella di insensibilità, che definirei “positiva” ossia: l’insensibilità verso il dolore che è data dalla felicità di non avere più alcun bisogno. Per quanto riguarda il concetto di “simpatia” esso, dal mio punto di vista, necessità, per sua stessa definizione, di una società che ci spinga in direzione diametralmente opposta all’individualismo. La συμπάθεια è un gradino sopra al concetto di empatia, quest’ultimo infatti è spontaneo e irriflesso. Il fatto stesso di possedere una coscienza ci spinge a capire gli stati d’animo delle altre persone poichè apparteniamo tutti alla stessa specie, questo però non ci obbliga a voler aiutare nel concreto chi soffre, anche se ne comprendiamo perfettamente le cause e gli effetti. Ecco dunque che emerge il significato proprio del termine “simpatia”, capire i sentimenti altrui e voler intervenire in aiuto. Purtroppo oggi, come accennato, appare molto difficile ritrovare quelle condizioni fondamentali affinché questo spirito di aiuto reciproco verso il prossimo possa riemergere nella sua pienezza.

La condizione a priori che rende possibile il riemergere di una pura φιλοσυμπáθεια tra individui è che questi siano realizzati in relazione agli altri e non solo verso se stessi. Inoltre necessitiamo quanto mai di trovare una mediazione aurea tra i concetti di “idealismo” e “pragmatismo” poichè, come spiegherò successivamente, l’una e l’altra soluzione si risolvono nella medesima negatività. Come già discusso, un atteggiamento radicale difronte al mondo ci spinge verso la solitudine di noi stessi, l’unico luogo che è effettivamente come lo pensiamo poichè: non necessità della prova dei fatti. Questo potrebbe risolversi direttamente nel suo opposto, un atteggiamento che guarda solo al presente poichè ormai stanco e disilluso per qualsiasi previsione ideale verso il futuro. In ogni caso un individuo completamente pragmatico rifiuta di fare i conti con la sua coscienza poichè decide di non riflettere e di sfidare i problemi nel loro presentarsi, inoltre la riflessione su questi ultimi, senza dei piani preventivi, può solo che intimorire e far paura. In entrambi i casi osserviamo come si realizzi un atteggiamento individualista e nichilista, nel primo caso prodotto dalla stessa ragione, nel secondo dall’assenza di quest’ultima. Se non rifletto mai, se non utilizzo il pensiero, non posso nemmeno concepire la grandezza e l’importanza di categorie astratte come la “giustizia” o l’ “amicizia”. Di per sè queste sono delle parole, solo vibrazioni dell’aria al vento, siamo noi a dargli un senso attraverso la nostra coscienza. Allo stesso modo però, non siamo immuni dalla solitudine dell’individualista se utilizziamo il pensiero poichè, se facciamo troppo affidamento su di esso, potremmo persino giungere alla confutazione di queste categorie per mezzo dello stesso.

Nella società di oggi, come già detto, è molto difficile realizzare sia l’amicizia disinteressata che la simpatia. Da una parte il fatto che siamo portati a vivere unicamente nel presente, non permette in noi di sviluppare una riflessione che dia importanza a categorie superiori come appunto l’amicizia semplicemente perchè, guardando all’istante, questa riflessione ci appare inutile. In effetti, l’unica categoria che siamo spinti a perseguire è quella dell’utilità poichè è l’unica che ha un concreto riscontro nella dimensione presente. Inoltre il consumismo e la competizione ci spingono ad uno stato di bisogno costante verso futili oggetti come i soldi e i beni materiali e questo, ci rende sempre più difficile raggiungere quella dimensione di completa soddisfazione. Possediamo qualcosa che già pensiamo a quella prossima anche perchè probabilmente, per la competizione, non sopportiamo che gli altri l’abbiano e noi no. A questo proposito è utile ricordare il concetto di “privazione relativa/universale” espresso nel saggio: “Retrotopia” di Zygmunt Bauman per cui oggi:

[…] il successo di ogni uomo o gruppo ha ottime possibilità di essere percepito come un ennesimo esempio della mia privazione, fastidioso ed esasperante, che si aggiunge alla mia collezione di rimostranze

Quindi l’individualismo e l’agire al presente ci stanno riportando ad una sorta di stato naturale hobbesiano poiché da una parte non riusciamo più ad utilizzare la nostra capacità riflessiva, fondamentale per stipulare quel “contratto ideale” di comunanza pacifica tra individui, dall’altra essere divisi ci spinge l’uno contro l’altro. La massima: “homo homini lupus” è la definizione sociale di concorrenza.