“Mah sì proviamoli per qualche mese!”

“La marcia su Roma”, un film di Dino Risi (1962)      

Emblematica, se la rapportiamo alla vicende presenti, la frase: “Ma si proviamoli per qualche mese” di Vittorio Emanuele III dopo aver aperto le porte della città di Roma agli squadristi fascisti. “Ma si proviamoli per qualche mese” è esattamente la stessa frase che si ripete l’opposizione italiana da qualche tempo a questa parte, almeno dal 4 Marzo 2018, data delle ultime elezioni. Come poi non notare la frase “e certo l’ultima parola è sua” riferita al Re che, nell’Italia in piena crisi politico-istatuzionale, decide di non opporsi a questa presa forzata di potere da parte del Fascismo. Con qualche ulteriore mediazione, alla fine, è ciò che è accaduto nei riguardi del Ministro Savona, ora agli Affari verso l’Ue il quale, senza entrare nel merito d’opinione, si era licenziato dal suo lavoro con la motivazione di “sopraggiunti impegni pubblici” senza però essere stato ancora nominato come ad esprimere la volontà della Lega di forzare la mano al Presidente.
Dino Risi in questa commedia degli anni ’60 ci racconta la storia della presa al potere del fascismo fin dai primissimi anni dopo la Grande Guerra. All’inizio del film ci viene mostrato un ex combattenteDomenico Rocchetti, il quale affamato, nella disperata ricerca di lavoro e costretto all’elemosina, incontra un suo ex capitano membro del nascente partito fascista e decide di aderirvi in preda al bisogno e alla necessità; oltre che per il nascente rancore verso l’élite aristocratico-borghese del paese che ingrassa mentre il popolo s’affama.
Successivamente Rocchetti convincerà un suo ex commilitone, Umberto Gavazza, a diventare camerata assieme a lui semplicemente leggendoli il manifesto programmatico del partito fascista che si propone di eliminare i privilegi dell’élite e di attuare una redistribuzione della terra ai contadini. Uno slogan quanto mai moderno oggi che esprime il risentimento contro la “casta” dei salotti romani e la promessa di ridare lavoro agli Italiani.
Dino Risi ha saputo cogliere con ironia la situazione di un paese allo sbando, che fatica a riprendersi dalla guerra ingabbiato come è tra i mille scioperi e proteste che vedono coinvolti da una parte i fascisti e dall’altra i comunisti tra i quali però non è chiara una netta distinzione. Entrambi cercano infatti di ingraziarsi il popolo chi più dalla parte degli operai, chi più da quella dei contadini e gli ex-combattenti. Risulta naturale il paragone tra la Lega e il Movimento 5s. i quali competendo l’uno contro l’altro per il favore del popolo appaiono essere, fin dal periodo pre-elettorale, in una sorta di “propaganda elettorale permanente” con spiccati toni rivoluzionari, quasi come se la ruota della bicicletta non si fosse mai fermata dallo scorso 4 marzo (la ruota della “rivoluzione permanente” teorizzata da Trockij). Tornando ai due protagonisti, sullo sfondo di questa tragicomica situazione dell’Italia degli anni ’20, giunge a loro la notizia dell’organizzazione della “Marcia su Roma” in risposta allo scarso successo elettorale e alla sconfitta incassata dal partito alle recenti elezioni. É da qui che pian piano Gavazza inizia a sfatare uno per uno tutti i punti programmatici del partito mentre Rocchetti, prendendo le parti del fascismo, si difende mostrando tutta la camaleontica capacità persuasiva della retorica di partito. Un po’ come oggi le principali forze politiche del paese che sono persino state disposte, dopo anni di propaganda e elogi alla democrazia diretta, a formare una coalizione post-elettorale al cui vertice è stato posto un burattino, Giuseppe Conte, che non è nemmeno stato eletto dal popolo simbolo degli stessi “inciuci di palazzo” così duramente osteggiati.
Infine, dopo le mille peripezie che vedono Gavazza e Rocchetti intenti ad organizzare ed assistere i loro camerati nell’impresa della Marcia su Roma, gli squadristi giungono fino alla Capitale con il plauso della folla di gente radunatasi in vista del loro arrivo. A questo punto è emblematica la frase di uno spettatore che afferma: “figurati se danno in mano il governo a quella gente lì“, e poi sempre riferendosi a questa impossibilità: “vedrai che le cose cambiano da così a così“. Come a voler rimarcare che presto il Re il risolverà la situazione terminando la parabola fascista ma, qualche frame dopo, lui stesso viene ritratto con la mano alzata, segno del saluto fascista e solo qualche secondo dopo il viene ripreso il Re, nella scena finale, che da il via libera alla formazione del governo. La stessa situazione che oggi in Italia sta avvenendo con il “governo del cambiamento” per l’appunto, pochi c’avevano scommesso su mentre ora a “miracolo” avvenuto, il consenso degli italiani cresce a suon di blocchi navali e dichiarazioni razziste ed omofobe. Che corrisponda al vero la frase di Mussolini: “io non ho inventato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani“?