Il razzismo del Capitale: gli errori della sinistra di governo!

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Gli italiani non sono razzistipurtroppo questo è quanto pensa l’aristocratica sinistra “radical-chic” che, trattando il popolo come una massa di zotici ignoranti, altro non fa che custodire ed alimentare il focolare dell’odio. Ora non abbiamo bisogno di eroi byroniani, ecco perchè non condivido la conclusione del discorso di Saviano a LA7: “so benissimo che molte persone mi hanno ascoltato, (e) non credono neanche ad un centimetro di queste parole […] ma non è a loro che sto parlando (il popolo) ma a chi guardando questi mesi, questi anni, si chiederà ma come è stato possibile che l’Italia ha permesso tutto questo […] ecco a quelle persone io dico: non tutti hanno partecipato a questo scempio, ci è stato chi ha resistito e resisterà“. Abbiamo bisogno di una sinistra vicina al popolo. Come possiamo sperare che, alla fine, non prevalga la destra o, peggio, l’estrema destra se gli stessi rappresentanti della sinistra non credono, nemmeno loro, nell’efficacia di quanto dicono? Gli italiani non hanno bisogno di retorica artificiosa e fine a se stessa, se la stessa sinistra abbandona il popolo – Renzi ha annunciato da poco una pausa dalla politica – beh, ecco, non ci possiamo aspettare altro che questo.

Dobbiamo dire di più, non solo la sinistra viene meno ai suoi obblighi di critica e opposizione sociale scegliendo di disertare e ripetendo il mantra del: “che tanto è meglio che facciano tutto quello che vogliono così si rovinano da soli” ma, in più, sbaglia completamente l’approccio al problema. Mi spiego meglio. Quando, all’inizio dell’articolo, ho affermato che “gli italiani non sono razzisti”, stavo parlando di “razzismo etno-ontologico“, così definirei l’attitudine a rifiutare il diverso. Praticamente i nostri passati governanti, Renzi etc. hanno cercato di curare il problema con la medicina sbagliata e, come spesso accade, non hanno fatto altro che rafforzare la malattia del paziente. Agli italiani non serve una propaganda ideologica a favore dell’universalità del genere umano, ci ha già pensato la globalizzazione da anni a questa parte attraverso metodi ben più incisivi e diretti – ad esempio con l’immigrazione dagli anni ’90, con internet, con l’ampliamento del mercato dei beni etc.-.
Grazie alla globalizzazione il razzismo di origine culturale-tribale, quello che si fonda sul senso di appartenenza ad una comunità nei confronti di un’altra, si è sicuramente molto smorzato ma le possibilità per un nuovo tipo, che definirei il “razzismo del capitale“, si sono moltiplicate dalla fine degli anni ’70 ad oggi con l’aumentare della diseguaglianza sociale. Passando gli anni la classe media, che si caratterizzava per una certa stabilità e sicurezza delle proprie condizioni future, è stata limata e smorzata fino a metterne a rischio la stessa esistenza con la crisi del 2009. Il precariato e la disoccupazione hanno avuto due effetti complementari: declassamento dei ceti medi, rancore per la perdita di status sociale. Successivamente, nel 2011, si sono create le condizioni per la “tempesta perfetta”. Abbiamo mosso guerra, o contribuito a crearne, in quei paesi che oggi, a causa di questa destabilizzazione, hanno prodotto la maggior parte degli sbarchi, parlo di: Tunisia, Marocco, Siria etc. che si sono sommati a quelli di Afghanistan e Iraq. Inoltre con la messa in discussione del regime di Assad si è creata la condizione perfetta per la proliferazione del fondamentalismo, l’Isis è nato infatti tra Iraq e Siria da una ex cellula di Al-Qaeda. La potentissima crisi sociale, creatasi in questi paesi, si è poi rapidamente allargata sino a noi con l’inizio degli sbarchi e le migrazioni di massa tra Turchia, Grecia ed Italia.
Più gli Italiani perdevano lavoro e/o si dovevano accontentare a lavori più umili, aumentando cosi il loro rancore e le rimostranze verso la classe politica, più saliva il numero degli sbarchi. Seppur a livello di crescita economica, l’apporto di maggior forza lavoro non può che far aumentare l’economia del paese, sul piano della vita di tutti i giorni al popolo è sembrato che questa nuova ondata di immigrazione stesse rubando loro le possibilità di lavoro. Questo soprattutto in un paese come l’Italia che è il fanalino di coda in Europa per livello di investimenti in campo tecnologico, di ricerca e di assunzioni di lavoratori qualificati. Inoltre il precedente governo ha fatto del lavoro a tempo determinato, del precariato, una caratteristica strutturale del mercato comportandosi come se quest’ultimo fosse una ineluttabile conseguenza della globalizzazione. L’idea dell’ambito posto fisso come inalienabile prerogativa del ceto medio è scomparsa in maniera direttamente proporzionale alla scomparsa stessa del ceto medio. Il precariato come condizione strutturale si è risolto in una perdita di potere contrattuale dei lavoratori, nella modifica dell’art.18, nei lavori a chiamata, nel fenomeno dei riders a cui la legge nemmeno prevede un salario minimo garantito. In queste disastrate condizioni è normale quindi che l’italiano si senta in competizione, non solo con l’immigrato, ma anche con gli altri italiani stessi.
Molto prima del razzismo verso l’esterno esisteva, e tutt’ora esiste, un “razzismo” verso l’interno: il nord verso il sud, i giovani verso i vecchi; tra le singole persone. Facendosi “partito di governo” la sinistra ha perso il contatto reale con gli italiani facendo gli interessi dello Stato e non quelli del popolo. Forse l’economia richiederà pure maggiore “flessibilità” dei contratti di lavoro ma questo non si può ottenere se non a discapito della sicurezza in merito alle proprie condizioni da parte dei cittadini e, aggiungo, si dovrebbe sapere molto bene cosa succede quando il popolo si sente “insicuro”.