Flat tax: uno specchio per le allodole!

Introduzione: ritratto della situazione italiana dalla crisi

Mentre la crescita italiana, con un +1,5% di aumento del Pil nel 2017,  fatica a stabilizzarsi sui livelli di crescita dell’eurozona, stimati al +2,4% e trainati da Francia e Germania; la Spagna l’anno scorso ci superava in termini di Pil pro capite. Il debito pubblico inoltre, secondo le statistiche di Bankitalia, è aumentato a 2 256 miliardi alla fine del 2017 con un aumento di circa 119 miliardi in tre anni.
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Ho dunque fatto qualche conto per andare ad analizzare più nel dettaglio l’andamento del Pil e dei consumi italiani dal 2008 al 2016 (ultime fonti Istat per quanto riguarda i consumi). Per i consumi ho inoltre considerato da una parte quelli relativi ai lavoratori dipendenti operai e dall’altra quelli dei lavoratori indipendenti imprenditori, giusto per fare qualche confronto.

Schermata 2018-06-10 alle 15.38.36In base alle fonti Istat, il Pil reale ai prezzi del 2010 ha avuto un trend negativo di circa il -0,81% annui. Nel 2009 v’è stata la maggiore decrescita, il Pil segnava circa il -5,5% rispetto all’anno precedente mentre è da circa il 2014 che l’economia italiana ha ripreso a crescere con un aumento medio di poco meno dello +0,5% all’anno tra il 2014 e il 2016. La crescita dunque appare incerta e flebile, soprattutto se si considera che nel 2016 il Pil italiano era inferiore del -6,1% rispetto ai valori pre-crisi del 2008!

Nemmeno per quanto riguarda i consumi le notizie sono positive infatti i consumi dei lavoratori dipendenti operai sono diminuiti di quasi il -15% (14,8%) rispetto al 2008 e dall’altra, i consumi degli imprenditori italiani sono diminuiti del -9,2%. Occorre però far notare anche che la crisi economica ha avuto anche il risvolto di far aumentare le diseguaglianze tra i cittadini infatti i consumi dei primi sono diminuiti di 5,6 punti percentuali in più dei secondi! Questo deriva, tra l’altra, dai maggiori stipendi e possibilità di risparmio degli imprenditori che fanno in qualche modo da cuscinetto agli effetti di una crisi che dal suo canto ha anche diminuito i risparmi dei lavoratori più svantaggiati diminuendo la loro capacità di far fronte ad altre depressioni economiche. Tale svantaggio ha sicuramente degli effetti negativi sulla propensione al consumo di queste categorie sociali più svantaggiate e quindi sulle stesse possibilità di ricrescita economica del Paese infatti, se i cittadini risparmiano senza né investire ne consumare, il Pil decresce.

Questo ci porta a dare una occhiata anche ai famosi 80 euro di Renzi, misura che non ha saputo assolutamente aumentare i consumi infatti i beneficiari hanno speso questi soldi prevalentemente in due modi:
1) Risparmiandoli
2) Utilizzandoli per pagare gli interessi sui debiti accumulati
Inoltre anche questa strategia, alla fine, si è risolta con un aumento delle disuguaglianze ma, questa volta, potremmo dire le disuguaglianze tra i poveri! Un’analisi Istat delle maggiori politiche ridistributive del  biennio 2014-2016 ha mostrato come da un lato l’indice di Gini, che misura la disuguaglianza di una distribuzione, si sia diminuito passando dal 30,4 % al 30,1 % ma dall’altro come gli 80 euro siano andati soprattutto a beneficio delle famiglie a reddito medio alto, e in particolare, i maggiori guadagni si sono distribuiti tra il 3°/4° quintile di reddito familiare mentre, nel primo quintile, troviamo i minori guadagni​​

Schermata 2018-06-10 alle 16.23.24Gli Italiani inoltre hanno dovuto fronteggiare, successivamente alla crisi economica del 2008, una situazione molto particolare che prende nome di “stagflazione” ovvero di aumento dei prezzi, da un lato, e decrescita economica dall’altro. L’inflazione infatti ha avuto una impennata di circa il + 2,19% annui partendo dal 2010 fino al 2014 per poi diminuire dello -0,2% tra il 2015-6 perciò il livello dei prezzi è salito di poco meno del +6% in questo periodo. Il Pil reale, rispetto i prezzi del 2010, è invece diminuito, in media, del -0,4 % annui rispetto ai valori del 2010. Inoltre, solitamente ad una crescita dei prezzi si assiste, oltre che all’aumento dell’economica (cosa che non è avvenuta ricordato una situazione molto simile alla crisi dello shock petrolifero del 1973/4 in Occidente), anche all’aumento dei salari ma nemmeno questi sono aumentati se non nell’ultimissimo periodo come si può notare da questo grafico

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Schermata 2018-06-10 alle 12.39.32Nel grafico (dati Ocse) notiamo che il salario reale italiano (salario/livello dei prezzi) ha avuto una forte decrescita dal 2008 fino al 2014, iniziando ad andare in positivo dal 2014 in accordo con quanto detto precedentemente sull’inflazione (aumento dei prezzi) la quale infatti segnava il -0,1% sia nel 2014 che 2015. Questo però ha fatto si che per un lungo periodo, e anche oggi, il potere di acquisto degli italiani sia di molto calato anche sei i salari si sono mantenuti più o meno costanti nel tempo a causa dell’aumento dei prezzi, dalla crisi economica e quindi dagli interessi sui debiti (come non ricordare l’aumento del spread negli anni più bui della Grande recessione!).

Tutti questi dati dunque mostrano come sia più che comprensibile la diminuzione dei consumi e degli investimenti dai livelli pre-crisi del 2008 ad oggi, oltre che l’aumento delle disuguaglianze sociali per cui, secondo Eurostat nel 2015 “[…] si sono registrare forti disparità nella distribuzione dei redditi: considerando la media dei dati nazionali di ciascuno degli Stati membri…, i redditi percepiti dal 20% della popolazione con i redditi disponibili equivalenti più elevati risultano superiori di 5,2 volte a quelli percepiti dal 20% della popolazione con i redditi disponibili equivalenti più bassi“(http://ec.europa.eu/eurostat/statisticsexplained/index.php/Income_distribution_statistics/it).​​

Schermata 2018-06-10 alle 11.53.04I dati Eurostat vengono confermati da quelli Istat sul consumo delle famiglie per cui l’ultimo quintile, quello più ricco, spende circa 5 volte la spesa del quintile più povero

 

La Flat tax

La Flat tax o meglio “Dual tax” è una aliquota secca del 15% o 20% in base al reddito singolo o familiare. Ciò che ci interessa a noi è, attraverso il grafico illustrato da Il Sole 24 Ore, confrontare i risparmi degli italiani grazie a questa nuova aliquota.

eeCome si nota il risparmio, calcolato come (irpef-aliquota fissa)/reddito, equivale a zero nella prima fascia di reddito ed è minimo nella seconda per poi salire fino a circa il 21% nell’ultima fascia dei 300 000 lordi annui. Inoltre per le fasce di reddito più basso, dove già con l’irpef scattano le detrazioni fiscali (sostanzialmente lo Stato permette di pagare un’aliquota più bassa), scatta la clausola di salvaguardia e si applicherebbe il vecchio sistema poichè con la dual tax si pagherebbe addirittura di più. In sostanza quindi, facendo un’analisi a grandi linee, già si può notare come questa tassa avvantaggia molto di più i ricchi che i poveri (anche se vi sarebbe un certo beneficio, almeno dalla soglia dei 20 mila euro lordi l’anno), contribuendo all’aumento della diseguaglianza sociale.

Possiamo però dire di più sugli effetti negativi di questa nuova tassa che promette un risparmio oggi ma solo nel breve periodo poichè infatti, alla situazione odierna, la dual tax costerebbe al bilancio dello Stato circa 50 miliardi l’anno con il rischio ovviamente di finanziare questa “spesa” con emissione di ulteriore debito pubblico oppure con la riduzione della spesa pubblica, solitamente collegata alle politiche di riduzione delle imposte. In tutti i due casi gli svantaggiati sarebbero i cittadini nelle fasce di reddito più basse, nel caso di una diminuzione di spesa pubblica infatti, verrebbe ridotto quell’apparato di welfare state che è necessario per mantenere la disuguaglianza sociale su livelli accettabili (Nel caso di emissione di debito pubblico aumenterebbero i tassi di interesse). Ciò però che mi preoccupa sono le voci di un probabile aumento dell’Iva al 25 %, e quella agevolata al 11,5% entro il 2019. Questo vorrebbe dire che per finanziare il mancato gettito fiscale derivante dalla riduzione dell’imposta sul reddito, lo Stato potrebbe aumentare le imposte indirette che influenzano però molto “direttamente” la vita quotidiana dei cittadini. Un aumento al 25% dell’Iva sarebbe catastrofico sopratutto per i consumatori più svantaggiati delle fasce più basse di reddito i quali a fronte di un guadagno di 1000/2000 euro annui dovrebbero affrontare un esorbitante aumento del cuneo fiscale sui prezzi dei prodotti, anche i beni primari. Tutto questo poichè v’è un’altra parte della popolazione che, grazie alla nuova tassazione, avrebbe dei risparmi di 10,20,30,60mila euro!

Infine vogliamo dire qualcosa di più sugli effetti a catena di questa dual tax sulla domanda aggregata. É plausibile infatti che a seguito di questo tipo di misure per garantire copertura fiscale alla nuova tassazione, i cittadini, come nel caso di un ipotetico aumento dell’Iva, aumenteranno ancora maggiormente la loro propensione al risparmio marginale per quanto riguarda il reddito risparmiato in più. Mi spiego meglio: se aumentasse il cuneo fiscale (unione delle imposte dirette, indirette e i contributi) per coprire la dual tax i cittadini potrebbero scegliere di risparmiare quel reddito in più, anche in vista dell’aumento dei prezzo dei beni. Inoltre se aumentasse il debito e lo Stato non fosse in grado di trovare tutte le coperture, potrebbero aumentare i tassi di interesse e quindi diminuire gli investimenti. In ogni caso avremmo una diminuzione del Prodotto Interno Lordo.

Concludendo la Flat tax, in questo particolare momento dell’economia italiana non farà altro che aumentare le diseguaglianza, generare un disavanzo, che non ci possiamo più permettere, nel bilancio dello Stato e probabilmente portare ad una nuova recessione. Oggi quello che serve agli italiani è un aumento dei salari e dei contratti determinati per fare fronte alla inflazione e alla insicurezza sull’andamento del mercato che è causa della riduzione della propensione ai consumi e all’investimento e che genera un risparmio improduttivo e stagnazione dell’economia.